“Yellow Letters” vince l’Orso d’oro alla Berlinale, tra i premiati anche un’italiana
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Alla fine, il cinema ha parlato. E lo ha fatto con un accento marcatamente politico, nonostante i propositi iniziali fossero quelli di tenere la politica fuori dalla sala. La 76esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino si è chiusa con la vittoria di Yellow Letters, del regista turco-tedesco İlker Çatak, un film che della denuncia e della tensione con il potere fa la sua ragione d’essere. La pellicola, che racconta le vicende di un drammaturgo e di sua moglie attrice nella Turchia contemporanea – entrambi finiti nel mirino delle autorità per il loro teatro di protesta – ha convinto una giuria presieduta da Wim Wenders, lo stesso che pochi giorni prima, in conferenza stampa, aveva dichiarato che l’arte dovrebbe restare fuori dalla mischia politica. Un paradosso solo apparente, se si considera che proprio Wenders, nel motivare il premio, ha definito l’opera di Çatak “una premonizione inquietante di quel che potrebbe accadere anche nei nostri Paesi”, sottolineando come il film parli “chiaramente del linguaggio politico del totalitarismo in contrapposizione al linguaggio empatico del cinema” -7.
La serata di gala, che si è tenuta al Berlinale Palast, ha visto susseguirsi sul palco i vincitori delle varie sezioni in un clima tutt’altro che disteso. Le polemiche che avevano infiammato i giorni precedenti, incentrate sul conflitto a Gaza e sul ruolo del governo tedesco, hanno lasciato il segno, e lo si è percepito in più di un discorso di ringraziamento. Emin Alper, che si è aggiudicato l’Orso d’argento - Gran premio della giuria con Kurtuluş (Salvation), ha colto l’occasione per esprimere solidarietà a diverse figure dell’opposizione turca detenute, tra cui il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, e ha voluto dedicare un pensiero al “popolo iraniano che soffre sotto la tirannia” e ai “palestinesi di Gaza che vivono e muoiono nelle condizioni più terribili” -7. Parole pesanti, che hanno riaperto immediatamente la discussione su quanto e come un palcoscenico internazionale come quello berlinese possa o debba farsi portavoce di istanze politiche.
E mentre i riflettori erano puntati sui grandi nomi del concorso, un riconoscimento importante è andato anche all’Italia, seppur in una categoria parallela. Tecla Insolia, giovane attrice siciliana classe 2002, è stata infatti selezionata tra le European Shooting Stars 2026, l’iniziativa che ogni anno premia i dieci talenti emergenti del cinema europeo -2. Unico nome italiano della rosa, la Insolia ha calcato il red carpet in un total black firmato Valentino, distinguendosi in un gruppo che comprendeva attori del calibro di Paul Kircher per la Francia e Anamaria Vartolomei per la Romania. Il riconoscimento, come ha dichiarato la stessa attrice, arriva a coronamento di un periodo particolarmente fertile, segnato dalla vittoria del David di Donatello come migliore attrice nel 2025 e da ruoli complessi in film come L’arte della gioia di Valeria Golino e Familia di Francesco Costabile -2. Non si tratta, è bene precisarlo, di un premio per una singola interpretazione all’interno della rassegna, ma di un riconoscimento che guarda alla carriera e al potenziale futuro, e che viene conferito nel contesto del festival.
Il fantasma della politica e le polemiche che hanno segnato la vigilia
Non si può raccontare l’edizione di quest’anno senza fare i conti con il clima rovente che l’ha preceduta e accompagnata. Il dibattito, acceso già dalle battute iniziali, verteva sulla legittimità o meno per gli artisti di prendere posizione su questioni geopolitiche, e in particolare sul conflitto israelo-palestinese. Tutto era partito dalle dichiarazioni di Wim Wenders, il quale, rispondendo a una domanda sul sostegno del governo tedesco a Israele, aveva affermato che “dovremmo stare fuori dalla politica”, perché il cinema “è l’opposto della politica” -3. Parole che avevano scatenato una vera e propria bufera. Oltre cento artisti, tra cui firme pesanti come Ken Loach, Mike Leigh, Tilda Swinton e Javier Bardem, avevano sottoscritto una lettera aperta per esprimere “sgomento per il coinvolgimento della Berlinale nella censura di artisti che si oppongono al genocidio in corso da parte di Israele” -3. La missiva accusava il festival di aver messo a tacere l’anno precedente i registi che avevano osato esprimere solidarietà ai palestinesi dal palco, e chiedeva alla direzione una presa di posizione netta.
La direttrice artistica Tricia Tuttle, alla sua seconda conduzione della manifestazione, si era trovata a dover gestire una tempesta perfetta, respingendo con fermezza le accuse di censura e difendendo l’indipendenza del festival dal governo federale -3. In un’intervista rilasciata a Screen Daily aveva ribadito: “Siamo sempre stati aperti al dialogo e rifiutiamo l’idea che i nostri programmatori abbiano intimidito o messo a tacere chi dissente” -3. Eppure, l’eco delle proteste era tale da portare alla defezione di Arundhati Roy, la celebre scrittrice indiana che aveva ritirato il suo film dalla sezione Berlinale Classics in segno di protesta, parlando di un tentativo di “chiudere la conversazione su un crimine contro l’umanità mentre si svolge in tempo reale” -9. Una frattura profonda, quella emersa sulle rive della Sprea, che ha messo in luce le difficoltà di un’istituzione culturale finanziata con fondi pubblici nel momento in cui deve confrontarsi con le ragioni della Staatsräson, la ragion di Stato tedesca che considera la sicurezza di Israele parte integrante della propria identità nazionale.
Un palmarès tra tensioni globali e riconoscimenti tecnici
Nonostante le nubi all’orizzonte, il festival ha proseguito il suo corso, assegnando una serie di premi che hanno disegnato una mappa del cinema mondiale variegata e di qualità. L’Orso d’argento per la migliore interpretazione da protagonista è andato a Sandra Hüller, straordinaria attrice tedesca già candidata all’Oscar, per il suo ruolo in Rose di Markus Schleinzer, pellicola in bianco e nero ambientata nella Germania rurale del Seicento -7. Per la migliore interpretazione non protagonista, la giuria ha premiato una coppia d’eccezione: Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay, entrambi protagonisti di Queen at Sea di Lance Hammer, film che ha vinto anche il Premio della Giuria, terzo riconoscimento per importanza -1. Queen at Sea, che vede nel cast Juliette Binoche nel ruolo di una donna che assiste la madre malata di Alzheimer, ha così collezionato due prestigiosi ori.
Il miglior regista è risultato Grant Gee per Everybody Digs Bill Evans, mentre la miglior sceneggiatura è stata assegnata a Geneviève Dulude-de Celles per Nina Roza -1. Tra i premi collaterali, che spesso indicano tendenze e gusti della critica, spicca il Guild Film Prize assegnato proprio a Yellow Letters dall’AG Kino Gilde, l’associazione dei gestori delle sale cinematografiche tedesche, a riprova di un gradimento che non è stato solo di giuria -8. Il premio del pubblico nella sezione Panorama è andato a Prosecution di Faraz Shariat, mentre il Teddy Award, dedicato al cinema a tematica LGBTQ, ha premiato Iván & Hadoum di Ian de la Rosa come miglior film di finzione -1. Una edizione, insomma, che ha visto il cinema confrontarsi con la realtà, a volte cercando di eluderla, a volte abbracciandola con forza, e che alla fine ha premiato un film che della realtà e dei suoi rapporti di forza ha saputo fare materia viva e pulsante.




