Berlinale, bufera Gaza: ottantuno artisti firmano una lettera aperta contro la direzione del festival

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non c’è pace per la Berlinale, e non si tratta, questa volta, di un tormentone legato alla qualità media delle pellicole in concorso o alla solita ridda di voci sui fondi pubblici destinati alla cultura. La settantottesima edizione del festival, giunta ormai al giro di boa con il grigio di un cielo che promette neve e con l’andirivieni frenetico di accreditati tra una proiezione e l’altra, si trova al centro di una bufera politica che rischia di offuscare, e non poco, il lustro delle premiere e il fascino del red carpet. Ottantuno artisti, tra i quali figurano nomi di prima grandezza dello spettacolo internazionale come Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno sottoscritto e reso pubblica una lettera aperta di fuoco, indirizzata alla direzione della kermesse -5. Con un linguaggio che non lascia spazio a interpretazioni, i firmatari accusano il festival di aver messo in atto una forma di censura nei confronti di quanti, tra registi e attori, osano prendere posizione rispetto a ciò che nella lettera viene definito senza mezzi termini “il genocidio in corso contro i palestinesi di Gaza da parte di Israele”, aggiungendo un passaggio che chiama in causa direttamente il ruolo dello Stato tedesco, principale finanziatore dell’evento, nel “renderlo possibile” -5.

Le dichiarazioni del presidente di giuria al centro delle polemiche

Il malcontento, che covava sotto la cenere probabilmente già prima dell’inizio della manifestazione, è esploso in seguito ad alcune dichiarazioni rese durante la conferenza stampa di apertura. Il presidente della giuria di quest’edizione, il noto regista tedesco Wim Wenders, aveva invitato i presenti a mantenersi al di fuori delle dispute politiche, sostenendo che fare cinema rappresenti sostanzialmente l’opposto del fare politica. Una posizione, la sua, che ha provocato una reazione immediata e sdegnata non solo tra i firmatari della lettera, ma anche in altri ambienti del settore; la scrittrice Arundhati Roy, tanto per fare un nome, ha ritirato la sua partecipazione all’evento, bollando le parole di Wenders come inaccettabili -5. Gli artisti, nel loro scritto, contestano fermamente questa visione, sostenendo che sia impossibile scindere l’arte cinematografica dalla realtà che essa è chiamata a rappresentare, e che anzi i festival internazionali abbiano il dovere morale di rifiutare qualsiasi forma di complicità con quelle che definiscono violenze esercitate contro il popolo palestinese.

Premi e riconoscimenti: i film su Gaza già sul podio della fondazione Cinema for Peace

Mentre la polemica infiamma il dibattito culturale, è interessante notare come, al di là delle posizioni ufficiali della Berlinale, alcuni spazi si siano già aperti per opere che affrontano il conflitto mediorientale. La fondazione Cinema for Peace, che assegna i propri riconoscimenti parallelamente al festival, ha già premiato due lavori incentrati sulla guerra a Gaza. Uno di questi, nello specifico il film “The Voice of Hind Rajab”, è stato insignito del premio come “film più prezioso” dell’anno, mentre un’altra pellicola, il documentario canadese “The Road Between Us” che vede tra i suoi protagonisti l’ex generale israeliano Noam Tibon, è stata parimenti omaggiata nel corso di una cerimonia densa di interventi -4. La stessa serata, che ha visto la partecipazione di numerose personalità del mondo dello spettacolo, è stata anche l’occasione per una dura invettiva del musicista Bob Geldof, il quale, ospite della fondazione, ha attaccato senza mezzi termini il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, definendolo con epiteti poco lusinghieri -10.

Il programma del Berlinale HUB tra talk, incontri e dibattiti

In questo clima tesissimo, prosegue intanto il fitto programma di incontri professionali al Berlinale HUB, lo spazio ufficiale del festival situato a Potsdamer Platz, proprio accanto al red carpet del palazzo che ospita le proiezioni di gala. Si tratta di un centro nevralgico, meno appariscente delle passerelle ma vitale per l’industria, un luogo fisico che fino al 20 febbraio sarà punto di riferimento per gli accreditati di ogni categoria, dai produttori ai giornalisti, dagli addetti ai lavori ai semplici ospiti -2. Qui, in un’atmosfera che nelle intenzioni degli organizzatori dovrebbe favorire lo scambio e la combustione creativa, si alternano momenti di incontro informale a panel più strutturati. Tra gli appuntamenti in calendario, si segnalano per esempio i “Berlinale Film Talks” a ingresso libero per il pubblico, dove si affrontano tematiche che spaziano dalla musica nel cinema al rapporto tra moda e settima arte; proprio in queste ore, per citare un caso, è in programma una conversazione con la costumista Bina Daigeler, nota per le sue collaborazioni con registi del calibro di Pedro Almodóvar -8.

Il grigiore berlinese e le pellicole al femminile della quinta giornata

E mentre le nubi si addensano minacciose sul cielo della capitale tedesca, alternando brevi schiarite a improvvise nevicate, la quinta giornata della rassegna ha visto susseguirsi proiezioni all’insegna del cinema declinato al femminile. Fuori dalle sale, dove il freddo pungente scoraggerebbe chiunque dal trattenersi all’aperto, il viavai di spettatori e addetti ai lavori non accenna a diminuire, eppure, come spesso accade, sono proprio i film a non essere all’altezza delle aspettative generate dal contesto -4. Tra i titoli che hanno calamitato l’attenzione della critica, oltre alla prova attoriale di Isabelle Huppert e Amy Adams, emergono pellicole come “Rose” dell’austriaco Markus Schleinzer, con una straordinaria Sandra Hüller nei panni di una donna che nella Vienna del Seicento si traveste da uomo per sfuggire ai rigidi vincoli sociali imposti al suo genere, oppure “Gelbe Briefe” del regista tedesco İlker Çatak, storia di una coppia di artisti turchi alle prese con la crescente repressione del proprio governo -10.

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