Berlinale, il governo tedesco verso il licenziamento della direttrice Tricia Tuttle dopo le polemiche su Gaza
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La poltrona della direttrice della Berlinale, l’americana Tricia Tuttle, giunta al suo secondo mandato, scricchiolava in modo pericoloso già prima della conclusione dell’edizione numero 76, e le voci di un suo imminente addio, circolate con insistenza nelle ultime ore, hanno trovato una sostanziale conferma nelle mosse del ministro della Cultura Wolfram Weimer. Il responsabile del dicastero, come riportato dal quotidiano Bild e confermato poi dall’agenzia Ansa, ha infatti convocato per giovedì una riunione straordinaria del consiglio di sorveglianza della Kbb, la società organizzatrice del festival, e all’ordine del giorno, secondo fonti vicine al governo, non ci sarebbe solo una generica riorganizzazione ma la sostituzione della direttrice stessa -1-4. A rendere inevitabile, agli occhi dell’esecutivo guidato da Friedrich Merz, il passo indietro di Tuttle sarebbero le turbolenze politiche che hanno segnato la kermesse, esplose in tutta la loro virulenza durante la serata di chiusura quando il regista palestinese Abdallah Al-Khatib, premiato per il suo film “Cronache dall’assedio”, ha accusato la Germania da palco di essere complice del genocidio nella Striscia di Gaza -1-9.
Non si è trattato, a quanto pare, di un incidente isolato ma del culmine di una serie di tensioni che hanno attraversato l’intera durata del festival, mettendo la direttrice in una posizione oggettivamente difficile. Il ministro dell’Ambiente Carsten Schneider, presente in sala, ha abbandonato la cerimonia in segno di protesta, e le dichiarazioni del regista sono state immediatamente bollate come inaccettabili e antisemite da più parti della scena politica tedesca, inclusi esponenti di spicco dell’Unione e lo stesso cancelliere -5-9. A pesare sulla posizione di Tuttle, inoltre, ci sarebbe anche una fotografia scattata una settimana prima della premiazione, nella quale la direttrice posa con l’intera squadra del film di Al-Khatib, alcuni dei quali indossavano la kefiah e mostravano bandiere palestinesi; un’immagine che, per il ministro Weimer, rappresenterebbe una compromettente vicinanza a posizioni politiche che il governo non intende tollerare in una manifestazione finanziata con denaro pubblico -2-4. Il festival, va ricordato, gode di un sostegno statale che copre il quaranta per cento del suo budget, e questo rende ogni sua scelta, anche quelle apparentemente più legate alla mera programmazione, oggetto di un’attenzione politica costante e, in alcuni casi, feroce.
Il pressing del cancelliere e la resa della direttrice
Le pressioni per un cambio alla guida artistica della Berlinale, stando a quanto ricostruito da Bild e ripreso da altre testate, arriverebbero direttamente dal cancelliere Friedrich Merz, il quale avrebbe esercitato un’influenza decisiva affinché si giungesse a una soluzione radicale -4. La stessa Tricia Tuttle, secondo le indiscrezioni, sarebbe ormai rassegnata all’idea di dover lasciare l’incarico e, anzi, si sarebbe detta d’accordo con la necessità di un nuovo inizio per il festival, consapevole che la sua posizione è divenuta insostenibile dopo le polemiche che hanno travolto la rassegna -4. In fondo, era un epilogo che molti osservatori avevano previsto già nei giorni precedenti la conclusione dell’evento, quando il cartellone era apparso a molti non all’altezza del prestigio del festival, e le tensioni politiche avevano iniziato a montare inesorabilmente.
Il nodo della libertà di espressione e il silenzio istituzionale
La scintilla che ha innescato l’incendio, però, era stata accesa ben prima del discorso di Al-Khatib. All’inizio del festival, le parole del presidente di giuria Wim Wenders, il quale aveva invitato i cineasti a tenersi fuori dalla politica, avevano scatenato una pioggia di critiche e una lettera aperta firmata da oltre ottanta professionisti del cinema che accusavano la Berlinale di silenzio istituzionale sulla guerra a Gaza -1-5. Tricia Tuttle si era trovata così a dover gestire una fronda interna al mondo del cinema che chiedeva una presa di posizione chiara, e allo stesso tempo a difendere la neutralità della rassegna, spiegando che un festival non può risolvere i conflitti del mondo ma deve rimanere uno spazio per accogliere la complessità, anche quando questa si manifesta in forme contraddittorie e polarizzanti -7. Una linea, la sua, che ha finito per scontentare entrambi gli schieramenti, attirandosi le critiche di chi gridava alla censura e, allo stesso tempo, l’accusa di chi, come il ministro Weimer, ha ribadito con fermezza che la Berlinale non deve diventare un palcoscenico per l’incitamento all’odio o per manifestazioni di antisemitismo, soprattutto quando a finanziarla sono i contribuenti tedeschi -1.
La riunione decisiva e l’ombra della ragion di stato
La riunione straordinaria del consiglio di sorveglianza, convocata per giovedì su iniziativa di Weimer, si preannuncia quindi come una resa dei conti formale, il momento in cui le decisioni già prese in via informale verranno ratificate -1-6. Fonti governative citate dall’agenzia di stampa francese Afp confermano che il ministro intende discutere le conseguenze sul personale legate alle turbolenze politiche, e il verdetto sembra già scritto -2. La vicenda, al di là del caso specifico della direttrice, getta una luce inquietante su ciò che significa, oggi in Germania, gestire un’istituzione culturale internazionale in un contesto geopolitico incandescente come quello mediorientale. Il sostegno incondizionato a Israele, elevato a ragion di stato, diventa una lente attraverso cui ogni singola parola, ogni gesto, ogni fotografia vengono giudicati, e il margine di manovra per chi cerca di mantenere uno spazio di dialogo e complessità si riduce drasticamente. La stessa Tuttle, solo pochi giorni prima dello scoppio della bufera, aveva rivendicato con orgoglio l’autonomia della direzione artistica dalle ingerenze governative, sottolineando che non ricevevano direttive su cosa dire o fare -10. Un’illusione che, con ogni probabilità, le è costata la poltrona.




