La lettera di Bardem e Swinton contro il silenzio della Berlinale su Gaza

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Oltre ottanta professionisti del cinema, tra cui figurano nomi di primo piano come Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno sottoscritto una lettera aperta indirizzata alla direzione del Festival di Berlino, accusando la manifestazione di avere taciuto di fronte a quella che definiscono una “situazione di genocidio in corso” nella Striscia di Gaza. Il documento, riportato dalla rivista Variety e rilanciato da diverse agenzie di stampa internazionali, contesta alla Berlinale non solo l’omissione, ma anche una presunta politica volta a mettere a tacere quegli artisti che, durante le passate edizioni, avevano espresso solidarietà al popolo palestinese. Tra i firmatari, in un elenco che mescola interpreti e registi di generazioni e provenienze diverse, spiccano anche i nomi di Peter Mullan, Tobias Menzies, Mike Leigh, Adam McKay e della regista e fotografa Nan Goldin.

Lo scontro sulle parole di Wim Wenders e il ruolo della Germania

Il malcontento, che covava sotto la cenere da almeno un anno, è esploso dopo le dichiarazioni rilasciate dal presidente della giuria di questa edizione, il regista tedesco Wim Wenders. Nel corso della conferenza stampa di apertura della kermesse, che si tiene annualmente nella capitale tedesca, a Wenders era stato chiesto un commento sul conflitto mediorientale e, più nello specifico, sul sostegno che il governo di Berlino fornisce a Israele, essendo peraltro lo Stato tedesco il principale finanziatore del festival. La sua risposta, sintetizzabile nell’invito a tenere la politica fuori dalla sala cinematografica e a non fare dell’arte uno strumento deliberatamente politico, ha gettato benzina sul fuoco. I firmatari della lettera, al contrario, dissentono fermamente da questa impostazione, sostenendo che non sia possibile separare l’arte dalla politica e che il cinema sia intrinsecamente un atto civile e politico.

L’accusa di censura e il confronto con altri conflitti

Nel testo della missiva, i cineasti lamentano un’evidente disparità di trattamento: se in passato la Berlinale non aveva esitato a prendere posizioni pubbliche nette riguardo alle atrocità commesse in Iran o all’aggressione russa in Ucraina, sulla questione palestinese sarebbe calato un imbarazzante silenzio. Un silenzio che, secondo gli estensori del documento, si configura come una forma di complicità con la violenza che viene esercitata contro i civili a Gaza. Viene inoltre ricordato come, nell’edizione precedente del festival, alcuni registi che avevano osato parlare di diritti dei palestinesi dal palco fossero stati aspramente redarguiti dai vertici della manifestazione, con un caso che avrebbe portato addirittura a una segnalazione alle forze dell’ordine. Una repressione, viene scritto, che i firmatari definiscono senza mezzi termini come “razzismo anti-palestinese”.

La replica della direzione e la posizione di Fatih Akin

A difesa dell’operato del festival e del suo presidente di giuria è intervenuto nei giorni scorsi il regista Fatih Akin, anch’egli tedesco di origini turche, che ha invitato a non strumentalizzare le parole di Wenders. Interpellato da Movieplayer in occasione dell’uscita del suo ultimo film, Akin ha riconosciuto che forse il suo collega avrebbe potuto scegliere toni diversi, ma ha comunque ribadito un concetto di fondo: gli artisti non sono politici e non dovrebbero essere chiamati a scendere nella mischia con le stesse armi della propaganda, anche se l’arte, ha aggiunto, conserva una sua forza nel poter cambiare la società. Intanto, la direttrice della Berlinale, Tricia Tuttle, ha diffuso una nota per respingere le accuse, sostenendo che non si può pretendere che i cineasti rispondano a ogni domanda su questioni complesse su cui magari non hanno il pieno controllo, e che spesso vengono criticati sia quando tacciono sia quando parlano.

L’ironia di Ethan Hawke: “Non chiedete consiglio ad artisti ubriachi con il jet lag”

In un clima così teso, c’è anche chi ha cercato di stemperare gli animi ricorrendo all’ironia. Ethan Hawke, presente a Berlino per presentare il suo nuovo film “The Weight”, un survival thriller, ha scherzato sulla questione, affermando che l’ultimo posto al mondo dove cercare consigli spirituali o politici è probabilmente “un gruppo di artisti ubriachi e con il jet lag che parlano del loro film”. Una battuta, la sua, che ha strappato una risata in sala stampa, ma che non gli ha impedito di schierarsi con chiarezza: Hawke ha infatti dichiarato di appoggiare ogni forma di lotta contro il fascismo, pur rivendicando per sé e per i colleghi il diritto di esprimersi come cittadini del mondo, senza la pretesa di dettare linee guida a nessuno. Una posizione, la sua, che prova a conciliare l’insofferenza per le semplificazioni con la necessità di non rimanere indifferenti di fronte alle tragedie contemporanee.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.