La Berlinale respinge le accuse di censura su Gaza: Tuttle difende il festival tra polemiche e boicottaggi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La settantaseiesima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, in corso fino al 22 febbraio, è finita nel mirino di un acceso dibattito politico che vede contrapposti, da un lato, la direzione della rassegna e, dall'altro, un nutrito gruppo di artisti di fama internazionale. A scatenare la bufera, una lettera aperta firmata da ottantuno personalità del cinema — tra cui spiccano i nomi di Javier Bardem, Tilda Swinton, Adam McKay e Mike Leigh — che accusano la Berlinale di aver imposto una forma di censura nei confronti di chi denuncia le azioni di Israele nella Striscia di Gaza -2-5. Nel documento, i firmatari esprimono tutto il loro sgomento per quello che definiscono un silenzio assordante dell'organizzazione, rei di non prendere posizione contro quella che loro stessi definiscono una "complicità" dello Stato tedesco nel "genocidio" in corso. Una presa di posizione, quella degli artisti, che arriva dopo le dichiarazioni del presidente di giuria Wim Wenders, il quale, durante la conferenza stampa di apertura, aveva invitato i cineasti a "restare fuori dalla politica", scatenando immediate reazioni e persino il ritiro della scrittrice Arundhati Roy, che avrebbe dovuto presentare un suo film restaurato -3.
La risposta della direttrice tra libertà di espressione e limiti di legge
A rispondere alle accuse, in maniera decisa e puntuale, è stata la direttrice artistica Tricia Tuttle, la quale, in un'intervista rilasciata a Screen Daily, ha respinto con forza ogni addebito relativo a presunte pratiche censorie -1-4. La Tuttle, pur riconoscendo la "profondità della rabbia e della frustrazione" per le sofferenze della popolazione di Gaza, ha voluto chiarire che il festival opera nel pieno rispetto della libertà di espressione, seppur "nei limiti imposti dalla legge tedesca". Una precisazione, quest'ultima, che non è affatto secondaria, dato che il quadro normativo della Germania, segnata dalla memoria dell'Olocausto, prevede restrizioni severe contro l'incitamento all'odio e mette al bando alcune forme di critica radicale nei confronti delle politiche israeliane. La direttrice ha poi definito la lettera aperta come un contenitore di "disinformazione" e di "affermazioni inesatte" nei confronti della Berlinale, accuse formulate, a suo dire, senza che venissero fornite prove concrete a supporto o, peggio, in forma anonima -8.
Il ruolo del governo tedesco e le "geometrie" del dibattito interno
La posizione del festival, come ha tenuto a sottolineare la stessa Tuttle, si trova a dover fare i conti con una complessità che va oltre la mera dialettica tra schieramenti contrapposti. Da un lato, c'è la spinta di una parte dell'industria cinematografica internazionale, che chiede una condanna netta delle operazioni militari israeliane; dall'altro, però, c'è il contesto politico e sociale tedesco, con un governo che, per ragioni storiche legate alla Staatsräson (la ragion di Stato), si è sempre schierato a difesa di Israele, e una popolazione che, invece, appare molto più critica e divisa sull'argomento -1. In questo clima incandescente, è intervenuto a sostegno della direzione del festival lo stesso ministro della Cultura tedesco, Wolfram Weimer, il quale ha difeso l'operato di Wenders e Tuttle, descrivendolo come "equilibrato" e "molto sensibile". "Gli artisti non dovrebbero ricevere ordini su cosa fare in politica", ha dichiarato Weimer all'emittente Welt TV, "la Berlinale non è una Ong con una macchina da presa e dei registi" -9. Parole che suonano come una netta chiusura nei confronti di chi, come i firmatari della lettera, invoca una presa di posizione più netta e schierata.
Un festival nell'occhio del ciclone tra passato e presente
Non è la prima volta, del resto, che la rassegna berlinese si trova al centro di simili turbolenze. Già nell'edizione del 2024, la premiazione del documentario No Other Land, realizzato da un collettivo israelo-palestinese e incentrato sulle demolizioni di case nei territori occupati, aveva provocato forti tensioni e critiche da parte dei funzionari governativi tedeschi, che avevano bollato come "di parte" gli interventi dal palco -3. La memoria storica del festival, tuttavia, si intreccia inevitabilmente con il suo presente: Tricia Tuttle, pur ribadendo l'indipendenza della programmazione artistica dal governo federale, non può ignorare che i finanziamenti pubblici arrivano proprio da quelle istituzioni poi chiamate in causa. E mentre la direttrice cerca di riportare l'attenzione sulle pellicole in concorso, lamentando che "non si parla delle magnifiche opere dei cineasti come si dovrebbe", la polemica politica continua a divorare la scena, dimostrando ancora una volta come, almeno alla Berlinale, cinema e politica siano due facce della stessa, incandescente, medaglia.




