Berlinale 76, ottantuno artisti firmano una lettera contro Israele e la censura del festival
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La settantaseiesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, kermesse tra le più influenti del panorama culturale europeo, si è trasformata in questi giorni in un palcoscenico di polemiche che poco hanno a che vedere con le pellicole in concorso. Ottantuno artisti di chiara fama, una lista che comprende nomi del calibro di Tilda Swinton, Javier Bardem, Mike Leigh, Adam McKay e Tatiana Maslany, hanno sottoscritto una lettera aperta di durissima contestazione -1. Il documento, indirizzato alla direzione della rassegna, non si limita a una generica critica ma mette nero su bianco un'accusa precisa: quella di aver messo in atto una forma di censura nei confronti di quei cineasti che intendono esprimere la propria opposizione a quella che i firmatari definiscono senza mezzi termini "la terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi" e, più specificamente, "il genocidio in corso da parte di Israele a Gaza" -1-4. Gli autori della missiva, che si presentano come lavoratori del cinema già partecipanti alla Berlinale in passato o nell'edizione corrente, esprimono tutto il loro sgomento non solo per l'operato del festival ma anche per quello che definiscono il "ruolo chiave dello stato tedesco" nel rendere possibile questa situazione, gettando un'ombra lunga sul principale finanziatore della manifestazione -1-6.
Le parole di Wim Wenders e la replica del festival
All'origine della scintilla che ha innescato questa protesta collettiva ci sono le dichiarazioni rese dal presidente della giuria di questa edizione, il regista tedesco Wim Wenders. Durante la conferenza stampa di apertura, sollecitato da un giornalista sulla posizione del festival riguardo al conflitto a Gaza e al sostegno del governo tedesco a Israele, Wenders aveva invitato gli artisti a "restare fuori dalla politica", sostenendo la tesi per cui il cinema rappresenterebbe piuttosto un contrappeso, l'opposto della politica stessa -1-6. Una posizione, quella del regista di "Paris, Texas", che ha trovato i firmatari della lettera in "fervente disaccordo", ribadendo con forza il principio per cui cinema e politica non siano entità separabili -6-10. Alla direzione del festival, e in particolare alla sua direttrice Tricia Tuttle, è toccato l'onere di gestire una tempesta che rischia di offuscare la vetrina cinematografica. La risposta di Tuttle, arrivata a stretto giro, è stata netta nel respingere le accuse di aver messo in atto qualsiasi forma di censura: la libertà di espressione, ha tenuto a precisare la direttrice, è un valore centrale della Berlinale, esercitato però nei limiti stabiliti dalla legge tedesca -2-7. Tuttle ha parlato di "disinformazione" e di "affermazioni inesatte" contenute nella lettera, accuse che a suo dire non si baserebbero su prove concrete o proverrebbero da fonti anonime, pur riconoscendo la profondità della rabbia e della frustrazione per le sofferenze dei civili a Gaza -2-7.
Il contesto tedesco e il precedente dell'edizione passata
La polemica in corso si inserisce in un quadro particolarmente delicato e complesso qual è quello tedesco, dove il sostegno a Israele rappresenta una ragion di stata dettata dalla responsabilità storica per l'Olocausto. La stessa Tuttle, nel suo tentativo di spegnare le fiamme della controversia, ha accennato a questa specificità, osservando come il festival rappresenti anche molte persone che vivono in Germania e che desiderano una comprensione più articolata e complessa della posizione israeliana rispetto a quella che forse ha il resto del mondo in questo momento storico -2-7. Non è la prima volta, del resto, che la questione palestinese irrompe con forza alla Berlinale. Già nell'edizione del 2024, il documentario "No Other Land", che segue l'esproprio delle comunità palestinesi in Cisgiordania, aveva vinto il premio come miglior documentario, scatenando critiche da parte di esponenti del governo tedesco per quelli che erano stati giudicati come commenti "di parte" sul conflitto da parte dei registi durante la cerimonia di premiazione -7. E sempre nel 2024, il cineasta statunitense Ben Russell aveva sfilato sul tappeto rosso con una kefiah sulle spalle, accusando Israele di genocidio -4.
La posizione degli artisti tra passato e presente
Nella loro lettera, gli ottantuno firmatari non mancano di sottolineare quella che percepiscono come una stridente disparità di trattamento: la Berlinale, ricordano, ha in passato assunto "posizioni chiare" e formulato dichiarazioni pubbliche per condannare le atrocità commesse contro le popolazioni in Iran e in Ucraina -1-6. Da qui la richiesta, rivolta alla rassegna, affinché adempia a quello che definiscono un "dovere morale" dichiarando apertamente la propria opposizione ai crimini di guerra e ai crimini contro l'umanità che, a loro avviso, Israele starebbe commettendo contro i palestinesi -1-6. Tra i nomi illustri che hanno aderito all'appello lanciato dal collettivo Film Workers for Palestine, oltre a quelli già citati, figurano anche registi come il brasiliano Fernando Meirelles, la francese Adèle Haenel, la fotografa Nan Goldin e l'israeliano Avi Mograbi, a testimonianza di come lo schieramento attraversi trasversalmente diverse nazionalità e sensibilità artistiche -4-10. La lettera cita inoltre l'esempio di oltre cinquemila lavoratori del cinema che hanno già annunciato il loro rifiuto di collaborare con società e istituzioni cinematografiche israeliane considerate complici delle politiche del governo di Tel Aviv -1-6. La replica della direttrice Tuttle, dal canto suo, ha cercato di spostare il focus sulla complessità del ruolo dell'artista, il quale non dovrebbe essere costretto a condensare pensieri complessi in un breve slogan ogni volta che un microfono gli viene posto davanti, specialmente quando si era preparato a parlare d'altro -1-6.




