Si apre oggi la 76esima edizione del Festival del cinema di Berlino tra l’omaggio a Michelle Yeoh e le polemiche sulle parole di Wim Wenders

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un filo rosso che attraversa la settantaseiesima edizione della Berlinale, quella che prende il via oggi nella capitale tedesca, ed è un filo decisamente femminile: lo si coglie nella scelta di omaggiare con l’Orso d’oro alla carriera Michelle Yeoh, attrice malese di etnia cinese capace di passare con disinvoltura dai film d’arti marziali di Hong Kong ai blockbuster hollywoodiani, fino alla consacrazione con l’Oscar per Everything Everywhere All at Once, ma lo si ritrova anche nella selezione dei film, che la direttrice artistica Tricia Tuttle ha voluto costruire attorno a temi come la famiglia, l’intimità messa sotto pressione e l’esperienza, spesso complessa, di vivere tra mondi diversi. La rassegna, che si protrarrà fino al 22 febbraio, vede alla presidenza della giuria internazionale Wim Wenders, regista tedesco da sempre legato al festival, il quale ha voluto aprire i lavori con parole che suonano come un manifesto programmatico, quasi un testamento spirituale, difendendo il cinema in quanto spazio di compassione e di verità piuttosto che di scontro politico diretto.

Un'apertura all'insegna dell'empatia secondo Wenders

Wenders, che ha ricevuto l’Orso d’oro onorario nel 2015 e che ora guida la giuria chiamata ad assegnare i premi, ha scelto di porre l’accento sulla funzione quasi terapeutica della settima arte, sostenendo che i film possiedano un potere straordinario, quello di essere compassionevoli e di esercitare empatia in un mondo in cui le notizie e la politica, invece, raramente lo sono. Alla conferenza stampa di presentazione, il regista di Paris, Texas ha argomentato questa sua visione con una certa ampiezza, spiegando come le pellicole possano cambiare il mondo sì, ma non certo modificando l’opinione di un singolo politico; piuttosto, secondo il suo ragionamento, possono agire sulla coscienza delle persone, sulla loro percezione del vivere e sulla capacità di colmare il grande scarto che esiste sul pianeta tra chi desidera semplicemente vivere la propria esistenza e governanti che, spesso, hanno altri ideali in mente. Una posizione, la sua, che ha voluto ribadire con forza quando ha affermato che i registi devono stare fuori dalla politica, perché realizzare film che siano espressamente politici significa entrare in quel campo minato, mentre il loro compito sarebbe quello di rappresentare un contrappeso, di fare il lavoro delle persone, non quello dei professionisti della politica.

La reazione di Arundhati Roy e il boicottaggio annunciato

Proprio queste dichiarazioni, però, hanno innescato una polemica destinata a lasciare il segno sulla kermesse, tanto che la scrittrice indiana Arundhati Roy, premio Booker per Il dio delle piccole cose, ha annunciato la sua rinuncia a partecipare al festival, dove era attesa per la proiezione della versione restaurata di In Which Annie Gives It Those Ones, un film per la televisione del 1989 da lei scritto e interpretato. La Roy, che ha sempre fatto della militanza politica una cifra distintiva della sua produzione letteraria e saggistica, ha dichiarato di essere rimasta a bocca aperta e profondamente disgustata nel sentire membri della giuria affermare che l’arte non dovrebbe essere politica, interpretando quelle parole come un modo per chiudere gli occhi di fronte a un dibattito su un crimine contro l’umanità, mentre questo si sta svolgendo in tempo reale davanti a noi, a Gaza. Nella sua dichiarazione rilasciata alla testata indiana The Wire, l’autrice ha aggiunto di ritenere che se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non possono alzarsi e parlare apertamente di ciò che sta accadendo, dovranno poi fare i conti con il giudizio della storia, sottolineando come, pur essendo stata turbata dalle posizioni del governo tedesco sulla Palestina, avesse sempre ricevuto solidarietà politica dal pubblico tedesco quando aveva espresso le sue opinioni sul genocidio in corso.

Il caso del giornalista interrotto e le tensioni in sala stampa

A monte della decisione della Roy, c’è quanto accaduto poche ore prima durante la conferenza stampa della giuria, un incontro che ha subito preso una piega tesa quando il giornalista politico Tilo Jung ha posto una domanda molto diretta ai giurati, chiedendo loro come si sentissero rispetto alla posizione della Berlinale e del governo tedesco sulla questione di Gaza, ricordando che il festival ha mostrato solidarietà all’Iran e all’Ucraina, ma mai alla Palestina. Mentre Jung stava formulando il suo quesito, chiedendo se i membri della giuria supportassero questo trattamento selettivo dei diritti umani, la diretta streaming dell’evento si è improvvisamente interrotta, scatenando immediate speculazioni su un possibile tentativo di censura, smentite poi dall’organizzazione che ha parlato di problemi tecnici e ha promesso la pubblicazione integrale della registrazione. La produttrice polacca Ewa Puszczyńska, tra i giurati, ha definito la domanda un po’ sleale, sostenendo che loro non possono essere ritenuti responsabili delle decisioni dei governi sul sostegno a Israele o alla Palestina, e che esistono molte guerre con genocidi di cui non si parla altrettanto. A rafforzare il clima di tensione, c’è anche il contesto internazionale con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, un dato che inevitabilmente proietta la sua ombra su ogni dibattito culturale e politico in Europa, sebbene i riflettori di Berlino restino puntati principalmente sulle pellicole in concorso, tra cui l’atteso film d’apertura della regista afghana Shahrbanoo Sadat.

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