Berlino, la scrittrice Arundhati Roy diserta la Berlinale: “Zitti su Gaza, così si tace un crimine”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La settantaseiesima edizione del festival internazionale del cinema di Berlino, kermesse che da sempre ama definirsi la più politica tra i grandi appuntamenti europei con la settima arte, si è aperta all'insegna di una polemica che rischia di gettare un'ombra lunga sull'intera rassegna. Al centro della bufera, destinata a rimbalzare tra le sale del Potsdamer Platz e i titoli della stampa internazionale, ci sono le dichiarazioni rilasciate dal presidente di giuria Wim Wenders nel corso della conferenza stampa inaugurale, dichiarazioni che hanno spinto la scrittrice indiana Arundhati Roy, premio Booker per "Il dio delle piccole cose", a ritirare la propria partecipazione all'evento. Un gesto netto, il suo, motivato con parole di fuoco che denunciano una scelta precisa, quella di mettere a tacere il dibattito su ciò che lei non esita a definire un crimine contro l'umanità che si sta consumando sotto gli occhi di tutti, in tempo reale, a Gaza -2-6-7.

La scintilla che ha innescato la reazione della Roy è scoccata quando, nel corso dell'incontro con i giornalisti, è stato chiesto ai membri della giuria – composta, tra gli altri, dal regista nepalese Min Bahadur Bham, dall'attrice sudcoreana Bae Doona, dall'indiano Shivendra Singh Dungarpur e dalla produttrice polacca Ewa Puszczyńska -3 – di commentare la posizione del governo tedesco, principale finanziatore del festival, rispetto al conflitto in Medio Oriente. Alla domanda, che sollevava il nodo di una presunta disparità di trattamento tra le crisi umanitarie, Wenders ha risposto invitando alla cautela: “Dobbiamo stare fuori dalla politica”, ha affermato il regista tedesco, motivando che se gli artisti realizzano film dichiaratamente politici finiscono per entrare in quel campo, mentre il loro ruolo dovrebbe essere quello di fare da contrappeso, di rappresentare “il lavoro delle persone, non quello dei politici” -1-6-10.

La replica della scrittrice: “Sentirli dire che l’arte non deve essere politica è sconcertante”

Parole che hanno trovato una sponda in quelle della produttrice Puszczyńska, la quale ha definito la domanda posta dal giornalista “un po' ingiusta”, aggiungendo come sia complesso chiedere a dei registi di farsi carico delle decisioni dei governi, e sottolineando che esistono molte guerre e genocidi di cui non si parla -5-6. Una posizione, quella tenuta dal palco, che ha immediatamente sollevato un polverone, amplificato da un malfunzionamento tecnico del segnale streaming proprio nel momento clou della domanda – malfunzionamento che la direzione ha subito chiarito non essere stato un atto di censura, ma un problema di linea, promettendo la pubblicazione integrale della registrazione -1-5. Tuttavia, a giudicare insostenibile quella linea di pensiero è stata Arundhati Roy, che avrebbe dovuto presenziare alla proiezione della versione restaurata di “In Which Annie Gives It Those Ones”, film del 1989 di cui firmò la sceneggiatura. “Questa mattina, come milioni di persone in tutto il mondo, ho ascoltato le dichiarazioni inaccettabili dei membri della giuria”, ha dichiarato la scrittrice in una nota ripresa da diverse agenzie. “Sentirli dire che l'arte non dovrebbe essere politica è sconcertante. È un modo per chiudere una conversazione su un crimine contro l'umanità mentre si sta svolgendo sotto i nostri occhi in tempo reale, proprio quando artisti, scrittori e cineasti dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per fermarlo” -2-6.

L'autrice, che in passato aveva già manifestato il proprio turbamento per le posizioni del governo tedesco sulla Palestina, ha voluto precisare di aver sempre ricevuto solidarietà dal pubblico tedesco quando ha espresso le sue opinioni sul genocidio a Gaza, ma ha aggiunto che, se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non possono alzarsi e parlare apertamente di questo, la storia li giudicherà -2-7. Una doccia fredda sulle speranze della nuova direzione, guidata da Tricia Tuttle, di gestire un'edizione pacificata dopo le tensioni dell'anno precedente, quando alcuni interventi dal palco avevano duramente criticato Israele. Il programma, che pure prevede incontri su genere, decolonizzazione e migrazioni e si apre con un film sull'Afghanistan dei talebani, si trova ora a fare i conti con un caso politico che rischia di ridefinire i confini del dibattito culturale nella Germania contemporanea, un paese in cui la memoria dell'Olocausto impone un atteggiamento necessariamente cauto ma che si trova a dover bilanciare questa eredità con le istanze di libertà di espressione -6. Mentre il festival prosegue con i suoi ventidue film in concorso e una giuria chiamata ad assegnare gli Orsi, la defezione della Roy pesa come un macigno, ricordando che, talvolta, il cinema e la letteratura non possono – e non vogliono – restare in silenzio.

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