Berlinale, il caso Arundhati Roy e le parole di Wim Wenders: "L'arte non deve fare politica"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La settantaseiesima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, giunta ormai alla sua terza giornata, si trova a fare i conti con una bufera politica che rischia di offuscare lo splendore dei riflettori puntati sui film in concorso. Il motivo del contendere, come spesso accade in una rassegna che ha fatto della sua vocazione progressista un tratto identitario sin dalla sua nascita durante la guerra fredda, risiede nel rapporto, sempre ambiguo e delicato, che intercorre tra la produzione artistica e l'impegno civile, tra la finzione narrata sullo schermo e i crimini che quotidianamente vengono perpetrati nel mondo reale. A innescare la miccia è stata la conferenza stampa di presentazione della giuria internazionale, presieduta dal regista tedesco Wim Wenders, nel corso della quale un giornalista ha posto una domanda specifica relativa al conflitto in corso nella striscia di Gaza e, più nello specifico, sul sostegno che il governo tedesco, principale finanziatore del festival, continua a garantire allo Stato di Israele. La risposta di Wenders, giudicata da molti elusiva se non addirittura provocatoria, ha innescato una reazione a catena che ha portato al ritiro della scrittrice indiana Arundhati Roy, premio Booker per "Il dio delle piccole cose", attesa a Berlino per presentare la versione restaurata di un suo film del 1989, "In Which Annie Gives It Those Ones".

"dobbiamo stare fuori dalla politica", ha dichiarato il regista tedesco dinanzi alla platea di cronisti, scatenando lo stupore di chi conosce la sua filmografia e le sue passate dichiarazioni, e aggiungendo che il compito dei registi, semmai, è quello di porsi come "contrappeso" rispetto all'operato dei governi, quasi come se l'arte dovesse abitare una sfera separata, incontaminata dal cosiddetto rumore di fondo della cronaca e delle decisioni istituzionali. "Noi facciamo il lavoro delle persone, non quello dei politici", ha proseguito Wenders, mentre, quasi a suggellare l'imbarazzo della situazione, la diretta streaming dell'incontro sul sito ufficiale del festival veniva improvvisamente interrotta, un gesto tecnico che molti hanno interpretato come un maldestro tentativo di censura e che ha costretto gli organizzatori a pubbliche scuse, parlando di un banale disguido. Alle parole del presidente di giuria hanno fatto eco quelle della produttrice polacca Ewa Puszczyńska, membro della giuria, la quale ha definito la domanda sul conflitto a Gaza come "un po' ingiusta", sottolineando come esistano purtroppo molte guerre dimenticate nel mondo, tutte ugualmente meritevoli di attenzione, quasi a voler relativizzare l'urgenza di una presa di posizione chiara su quanto sta accadendo in Medio Oriente.

A rompere il precario equilibrio e a dare sostanza alla protesta è stata, come accennato, la reazione della scrittrice Arundhati Roy, che in un comunicato diffuso nelle scorse ore ha motivato la sua defezione con parole di fuoco, esprimendo tutto il suo "disgusto" dinanzi a quella che lei stessa ha definito una chiusura del dibattito, una rimozione. "Sentire che l'arte non dovrebbe fare politica è sconcertante", si legge nella nota rilanciata dalle agenzie di stampa internazionali, "significa chiudere la conversazione su un crimine contro l'umanità mentre si sta consumando sotto i nostri occhi, in tempo reale, proprio nel momento in cui artisti e scrittori dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per fermarlo". La Roy ha poi aggiunto di essere stata profondamente turbata dalle posizioni assunte dal governo tedesco e da alcune istituzioni culturali sulla Palestina, ma di aver sempre trovato solidarietà politica nei pubblici tedeschi ogni volta che ha avuto modo di esprimere le sue opinioni sul genocidio in corso a Gaza. Un atto di accusa, il suo, che colpisce dritto al cuore del festival, costringendo la nuova direttrice Tricia Tuttle a intervenire per provare a gettare acqua sul fuoco, ribadendo in una nota serale la libertà assoluta degli artisti di esprimersi o meno, senza che ci si aspetti da loro "che parlino di ogni argomento politico venga loro sottoposto".

La Berlinale e i fantasmi del passato tra cinema afghano e film horror

Mentre il caso politico infiamma il dibattito e tiene banco nei corridoi del Martin Gropius Bau, la macchina del festival continua a macinare proiezioni e incontri, con un programma che, al netto delle polemiche, cerca di mantenere fede alla sua vocazione inclusiva e multiculturale. Il film d'apertura, "No Good Men" della regista afghana Shahrbanoo Sadat, rappresenta perfettamente questa complessità: la pellicola, una commedia romantica sui generis ambientata a Kabul nei giorni convulsi che hanno preceduto il ritorno al potere dei talebani, vede la stessa Sadat nei panni di Naru, l'unica operatrice televisiva donna di un'emittente locale. Naru, madre single e separata, si trova a dover fare i conti non solo con le difficoltà quotidiane di un lavoro in un ambiente profondamente patriarcale, ma anche con la discriminazione sistematica che subisce da colleghi e superiori, i quali la considerano inadatta a mansioni diverse dai servizi leggeri. L'incontro con il famoso giornalista d'inchiesta Qodrat, interpretato da Anwar Hashimi, co-autore della sceneggiatura, diventa l'occasione per ribaltare questa percezione, sebbene il prezzo da pagare in termini professionali e umani si rivelerà altissimo.

Girato interamente ad Amburgo, dove la regista vive dal 2021 dopo essere stata evacuata precipitosamente dal suo paese, il film mescola sapientemente la tragedia storica con momenti di leggerezza e ironia, raccontando la frustrazione di una donna che combatte per vedersi riconosciuto il diritto a esistere professionalmente in una società che la vorrebbe relegata a ruoli subalterni. L'operazione di Sadat, che ha voluto sottrarre l'immagine del suo paese allo sguardo stereotipato del cinema occidentale, spesso concentrato esclusivamente sulla guerra e sulla devastazione, incontra però qualche critica proprio per questa scelta di tono, con chi ritiene che l'umorismo finisca talvolta per sminuire la portata tragica degli eventi, in particolare delle terribili immagini dei profughi afghani che all'epoca della ritirata statunitense si aggrappavano ai carrelli degli aerei in decollo. Nonostante queste riserve, "No Good Men" rimane un'opera coraggiosa e necessaria, che testimonia la resilienza di una generazione di artisti costretti all'esilio, ma ancora capaci di raccontare il proprio mondo.

Parallelamente alla competizione ufficiale e alle sue tensioni geopolitiche, l'European Film Market, il vivace mercato cinematografico che si tiene in contemporanea con il festival, offre uno spaccato quasi surreale di un'altra faccia del cinema, quella più commerciale e legata ai generi popolari. Passeggiando tra gli stand e osservando le locandine esposte sui muri e pubblicate sui "daily trade", le riviste di settore come Variety e Screen International che durante i festival intensificano le loro uscite, si rimane colpiti dalla preponderanza di film horror dalle trame spesso improbabili e grottesche, che parlano di zombie sovietici, api assassine o serial killer satanici amanti dell'heavy metal. Questi titoli, che rappresentano il lato più effimero e giocoso dell'industria, sembrano quasi voler esorcizzare, attraverso la paura artificiale e il divertimento, gli orrori reali che invece aleggiano sulle sale stampa e sulle conferenze, creando un contrasto stridente ma forse non del tutto privo di significato con le polemiche sollevate dalle parole di Wenders e dalla protesta di Arundhati Roy, in un festival che, volente o nolente, continua a essere un termometro sensibile delle tensioni del nostro tempo.

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