La Consulta frena sull’eutanasia: inammissibile l'intervento attivo, ma la porta non è chiusa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il ricorso sul suicidio assistito presentato dal Tribunale di Firenze, chiudendo – almeno per ora – la strada all’eutanasia attiva. I giudici, pur non entrando nel merito della questione, hanno rilevato un difetto di motivazione nella richiesta di esaminare la legittimità dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente. Una decisione che, sebbene non definitiva, riaccende il dibattito sul fine vita in Italia, dove il tema divide da anni la politica e l’opinione pubblica.

Il caso riguardava una donna toscana, paralizzata dal collo in giù, che pur avendo i requisiti per accedere al suicidio assistito – previsto dalla sentenza Cappato del 2019 – non è in grado di autosomministrarsi il farmaco letale. La Consulta ha stabilito che l’intervento di un’altra persona nella somministrazione costituirebbe eutanasia attiva, attualmente non consentita dalla legge. Tuttavia, la Corte ha ribadito il ruolo del Servizio sanitario nazionale nel garantire l’accesso al suicidio medicalmente assistito, un aspetto che potrebbe influenzare il dibattito sulla legge in discussione al Senato.

La sentenza, depositata con il numero 132, non rappresenta una chiusura netta alla possibilità di rivedere la normativa vigente, ma evidenzia come il percorso legislativo resti l’unica via percorribile per modifiche sostanziali. Il Parlamento, già chiamato a legiferare dopo la storica sentenza sul caso Dj Fabo, si trova nuovamente di fronte a una questione spinosa, mentre le posizioni tra sostenitori e oppositori dell’eutanasia si radicalizzano.

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