Alberto Angela potrebbe dire addio alla Rai: il caso nato prima dello speciale su Versailles
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il numero, del resto, è da capogiro: camminare per due ore e venti minuti tra gli specchi della Galleria, le stanze della regina e i giardini formali, il tutto senza che la telecamera smetta mai di girare, rappresenta una sfida produttiva che pochi altri in Europa, e forse nel mondo, avrebbero anche solo il coraggio di tentare. Alberto Angela, con quello stile che mescola la competenza del paleontologo alla curiosità del viaggiatore, c'è riuscito lunedì sera su Raiuno, portando a casa un ascolto di tutto rispetto: 3.068.000 spettatori, per uno share del 19.6%, che lo hanno piazzato al secondo posto nella fascia serale, superato solo dall’intrattenimento più leggero di “Scherzi a parte” su Canale 5, ma comunque in grado di dimostrare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanto il pubblico apprezzi la divulgazione di qualità quando è confezionata con maestria. Quella di Versailles, va detto, non è stata la sua prima incursione in questa tecnica così esigente, che obbliga chiunque, dal conduttore all’operatore, a una sincronia perfetta: già con l’esperimento di Pompei, Angela aveva sperimentato il piano sequenza, ma qui la sfida si faceva ancora più ardua, considerando la mole e la complessità del palazzo reale francese, con le sue centinaia di stanze e i suoi secoli di storia da raccontare senza l’ausilio di tagli o seconde camere, affidandosi unicamente al ritmo del proprio passo e alla propria capacità di cesellare il racconto in presa diretta. Una scommessa vinta, insomma, che ha restituito ai telespettatori la sensazione autentica di passeggiare tra quei corridoi, spiando da dietro le spalle di Angela i dettagli meno noti, quei segreti di corte che lui sussurra quasi come confidenze tra amici, evitando la lezione cattedratica e preferendo invece la meraviglia condivisa.
Un futuro in bilico e l’assenza di un contratto formale
Eppure, mentre il pubblico si complimentava sui social per la qualità della messa in onda e i critici sottolineavano l’unicità di un prodotto televisivo che rinuncia a ogni artificio pur di regalare autenticità, sullo sfondo si agitavano acque ben più torbide. Da mesi, ormai, Alberto Angela lavora di fatto in una sorta di limbo contrattuale: un accordo scritto con la Rai, formalmente, non esisterebbe più. La questione, sollevata in Commissione di Vigilanza e rilanciata da più parti, ha assunto i contorni di un caso politico-industriale, con il Movimento 5 Stelle che ha puntato il dito contro quella che definiscono una gestione scellerata delle risorse del servizio pubblico. Il paradosso, per molti, è lampante: da un lato si elargiscono compensi importanti per programmi nuovi, come quello di Tommaso Cerno, finito a sua volta al centro di polemiche per i costi e per i ritardi nella messa in onda; dall’altro si lascia senza un contratto, e quindi potenzialmente libero di accettare proposte dalla concorrenza, quello che è a tutti gli effetti il divulgatore scientifico più amato e seguito d’Italia, erede di un lignaggio, quello paterno, che ha fatto la storia della televisione culturale.
La situazione, va detto, non è nuova nel panorama della tv di Stato, che negli ultimi anni ha visto figure di primo piano come Fabio Fazio e Bianca Berlinguer cercare altrove spazi forse più tranquilli o economicamente più vantaggiosi. La differenza, nel caso di Angela, sta forse nella sua natura schiva e poco incline alla polemica: lui, che pure aveva già accennato al tema dell’incertezza lavorativa in passato, preferisce oggi lasciar parlare il lavoro, come dimostra la puntata di lunedì, e non si lascia andare a dichiarazioni bellicose. Ma l’assenza di un rinnovo, protrattasi per diversi mesi, espone il conduttore a un’incertezza che stride con la programmazione, già annunciata, di prossimi appuntamenti che lo vedranno protagonista, a cominciare da uno speciale dedicato al Giappone. In pratica, la Rai continua a mettere in palinsesto i suoi prodotti, li promuove e li colloca in prima serata, ma dietro le quinte manca la carta che garantisca la continuità del rapporto.
La tecnica e il successo: un piano sequenza da record
Tornando alla reggia di Versailles, ciò che ha colpito critica e pubblico è stato proprio l’ardimento tecnico: realizzare un piano sequenza di quelle proporzioni significa mettere in conto che non ci sia margine di errore. Se Angela inciampa in una parola, se la luce cambia improvvisamente o se un visitatore (probabilmente pagato per non esserci) attraversa lo scenario, tutto va rifatto dall’inizio. È un meccanismo che richiede prove estenuanti e una concentrazione che rasenta la perfezione, ma che, una volta riuscito, dona allo spettatore una sensazione di immersione totale, come se si fosse lì, al suo fianco, a scoprire per la prima volta la camera di Maria Antonietta o gli intrighi di corte di Luigi XIV. Angela, in questo, dimostra un entusiasmo quasi fanciullesco, una passione che lo porta a sorridere davanti all’obiettivo come se fosse un bambino che mostra un giocattolo prezioso, e questa autenticità è la chiave del suo successo. La scelta di rinunciare a ricostruzioni virtuali o a grafiche patinate, per affidarsi alla pura narrazione camminata, restituisce la visita per quello che è: un’esperienza reale, imperfetta forse in alcuni passaggi, ma viva.
E mentre Scherzi a parte, con la sua macchina comica ben oliata, faceva il botto in termini di share, la Rai poteva comunque consolarsi con un dato qualitativo che pochi altri competitor possono vantare: un pubblico di tre milioni di persone disposto a seguire una lezione di storia e architettura in prima serata. Un risultato che non deve far dimenticare, però, l’ombra che si allunga sul futuro. Se la pratica del piano sequenza insegna che bisogna essere bravi al primo colpo perché non ci sono repliche, la stessa filosofia sembra applicarsi anche alla gestione dei talenti in Viale Mazzini: una volta persa una figura come Alberto Angela, riprodurne la chimica e il seguito potrebbe rivelarsi impresa assai più ardua che girare due ore di fila senza staccare la telecamera.




