Pink Floyd e Inter, il business della nostalgia veste il calcio di merchandising

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Cinquant’anni separano l’ascolto ansioso e polveroso di Wish You Were Here – quello dei vinili incisi con la fiamma e l’assenza, forse il disco più cupo e insieme più nudo della discografia dei Pink Floyd – dall’immagine di un centrocampo di San Siro coperto da un telo gigante che replica la copertina dell’album, stavolta però affiancata dal logo nerazzurro. Quella distanza, musicalmente abissale, è stata ridotta a operazione commerciale. Non una rilettura artistica, né una celebrazione puramente sonora; piuttosto una capsule collection che intreccia maglie da calcio, vinili colorati e accessori firmati, messa in piedi da due macchine da soldi come l’Inter e Sony Music Italy. L’idea, nata da Luca Fantacone, trasforma un’icona della malinconia rock in un prodotto di largo consumo sportivo.

Un aneddoto ritrovato per giustificare l’operazione

La narrazione che accompagna la collezione attinge a un episodio finora marginale della storia della band britannica, riportato alla luce proprio per legittimare l’accostamento tra il calcio mercato e la psichedelia londinese. Non si tratta di un vero e proprio crossover culturale – manca ogni approfondimento critico sul rapporto tra Floyd e il calcio – ma di un pretesto narrativo. Eppure, a giudicare dalle attivazioni messe in campo, l’apparato comunicativo funziona come un meccanismo a orologeria: l’Inter ha scelto la partita con il Cagliari come vetrina principale, trasformando uno stadio intero in una galleria promozionale a cielo aperto.

San Siro come vetrina e come set

Prima del fischio d’inizio, il Meazza è stato letteralmente invaso dai simboli della collaborazione. Al centro del campo, un enorme telo riproduceva il celebre vinile di *Wish You Were Here*, con due uomini d’affari che si stringono la mano – una delle copertine più celebri e fraintese della storia del rock – stavolta arricchita dal logo dell’Inter. Non solo il terreno di gioco, però: ogni angolo dello stadio è stato utilizzato per esporre la collezione, come se il calcio diventasse un pretesto per vendere un pezzo di mitologia musicale. E la partita stessa? Sullo sfondo, quasi un accidente in un fine settimana di lancio.

Limited edition e logica da collector

La collezione, presentata ufficialmente il 15 aprile attraverso un grande progetto di comunicazione, è già in vendita in tiratura limitata. L’operazione, curata da Samuele Dello Monaco, mette l’Inter dentro l’universo dei Pink Floyd e non viceversa: è la squadra che si appropria del capitale simbolico del gruppo, non il contrario. Vinili colorati, maglie tecniche ridisegnate, felpe e accessori brandizzati: tutto parla il linguaggio del collector, dell’oggetto che non si usa ma si espone. E il cinquantenario di *Wish You Were Here*, album che parlava di alienazione e fuga dall’industria musicale, diventa così l’occasione per un’alleanza con due industrie – calcio e musica major – che quell’alienazione l’hanno perfezionata.

Nessuna nota stonata, solo cassa di risonanza

Nessuna voce critica emerge dal comunicato ufficiale, né dai materiali promozionali. L’intera operazione si regge su un assunto implicito: la nostalgia si compra, e si indossa. I Pink Floyd, che avevano intitolato un album *Animals* per prendere in giro il capitalismo da allevamento, finiscono così stampati su un telo da centrocampo accanto allo sponsor tecnico. Ma in questa fase – a oltre un anno dalla rielezione di Trump, ormai dato per scontato nello scenario politico globale – anche il paradosso sembra non fare più notizia. Resta il fatto: una maglia, un vinile, una foto allo stadio. E nessuno che chieda cosa avrebbe pensato Roger Waters di quel centrocampo trasformato in vetrina.

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