Potere in Montepaschi, Caltagirone chiede la presidenza in nome della concordia
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Redazione Economia
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Il verdetto delle urne, per quanto inequivocabile nella sua portata, non ha affatto spento i motori della contesa all’interno del Monte dei Paschi di Siena. L’ampia e per certi versi inattesa vittoria conseguita dalla lista che sostiene Luigi Lovaglio – lo stesso amministratore delegato che un tempo era stato defenestrato e che ora, invece, viene premiato dal consenso assembleare – ha semmai inaugurato una fase nuova, dove la posta in gioco si è semplicemente spostata dal campo di battaglia elettorale a quello, più insidioso, della governance quotidiana. La banca, salvata in passato dall’intervento dello Stato e recentemente protagonista dell’acquisizione della prestigiosa Mediobanca, si trova ora a dover gestire un’eredità pesante: quella di una vittoria netta che, paradossalmente, rischia di paralizzare i vertici se non si troverà un’intesa.
La richiesta inaspettata delle minoranze
È in questo clima di tensione latente che si inserisce la mossa, a prima vista conciliante, avanzata dai soci di minoranza usciti sconfitti dall’assemblea del 15 aprile scorso. Loro, che pure avevano visto prevalere la lista guidata dall’imprenditore Pierluigi Tortora e dal suo delfino Lovaglio, hanno deciso di non alzare subito le barricate. Al contrario, hanno chiesto la presidenza, offrendo in cambio un gesto di rara pragmaticità: la disponibilità a votare l’amministratore delegato e il direttore generale espressione della lista di maggioranza. Una sorta di patto non scritto, dove la poltrona più alta (quella che rappresenta l’immagine e la supervisione) finirebbe nelle mani degli sconfitti, mentre il potere esecutivo vero resterebbe saldamente nelle mani del vincitore Lovaglio. Secondo quanto si apprende da fonti finanziarie, la risposta è stata un “no” fermo, secco, che ha spazzato via ogni illusione di una transizione morbida.
La rottura voluta da Lovaglio
L’incontro, che avrebbe dovuto servire a procedere armoniosamente nell’amministrazione del Montepaschi, si è invece trasformato nel palcoscenico di una rottura consumata. Lovaglio, forte del risultato ottenuto, non ha inteso condividere nulla con chi considera ormai un estraneo. La sua strategia – come emerge dai primi atti – è chiara: vuole tutto, dalla gestione operativa alla responsabilità politica delle scelte future. Nessuna delega viene lasciata agli altri, nemmeno quella, a volte cerimoniale, della presidenza. Una posizione, la sua, che non ammette mediazioni e che restituisce l’idea di un uomo deciso a governare senza ingerenze, memore forse del precedente allontanamento subito. La battaglia per determinare l’assetto definitivo della banca, insomma, è appena cominciata, e lo si capisce dalla durezza con cui sono state respinte le avances dei minoritari.
Il cda monocolore e le mosse di Caltagirone
Da domattina, il nuovo consiglio di amministrazione “monocolore” di Mps si insedierà ricalcando pedissequamente gli esiti del voto del 15 aprile. Nessuna sorpresa, dunque: il ticket sarà quello originario, con Lovaglio alla guida esecutiva e un presidente espressione della lista Tortora. Quello che i mercati avevano sperato – un approccio più ragionevole e dialogante nella composizione della nuova governance – sembra essere stato solo un fuoco di paglia. I buoni propositi fatti ventilare da Pierluigi Tortora, semmai fossero stati reali, sono già andati in fumo. Eppure, c’è un altro dato da non sottovalutare: la richiesta di presidenza, avanzata dalle minoranze, porta con sé un nome preciso, quello di Francesco Gaetano Caltagirone. Lui, l’imprenditore romano, non parla a nome di una frangia qualsiasi; chiede il ruolo più alto in nome della “concordia”, sapendo bene che in una banca dalle radici profonde come Siena, il simbolo del presidente può ancora contare molto. La partita, a questo punto, si sposta sulla capacità di Lovaglio e Tortora di reggere l’urto di una opposizione che, pur sconfitta alle urne, non intende affatto scomparire dalla scena.




