A Belém, prove di svolta per il clima tra accordi in bilico e nuove pressioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il discorso pronunciato alle Nazioni Unite, il primo in assoluto dopo la sua rielezione, ha lasciato un'eco profonda e carica di apprensione tra i delegati presenti. Seduto in prima fila, il presidente di Palau, Surangel Whipps, ha confessato: «Mi si è spezzato il cuore», una dichiarazione che, al di là della retorica, fotografa la fragilità di un sistema diplomatico internazionale messo a dura prova. Quell'intervento, lungo e sconclusionato, ha gettato un'ombra lunga sui negoziati climatici, sollevando un interrogativo cruciale sull'attuale validità dell'Accordo di Parigi, che molti ora considerano un potenziale cimelio del passato. La COP30, che prende il via proprio in questi giorni nella città brasiliana di Belém, dovrà fornire una risposta definitiva a questo e ad altri quesiti, operando in un contesto globale segnato non solo da tensioni geopolitiche ma anche da record di calore sempre più allarmanti.

Un vertice sotto pressione

Mai, nella storia di questi incontri, il multilateralismo climatico aveva subìto una pressione così intensa e da così fronti diversi. Il meccanismo, che in teoria garantisce a oltre centonovanta governi uguale peso nelle decisioni, si trova a un bivio esistenziale, sospeso tra la possibilità di un rafforzamento storico e quella di un declino irreversibile. A questa sfida istituzionale si somma l'urgenza dettata dai dati scientifici: il 2024 si è confermato come l'anno più caldo mai registrato, mentre il 2025, secondo le proiezioni degli scienziati della World Meteorological Organization, si classifica probabilmente come il secondo o il terzo. La crisi climatica, con i suoi effetti ormai palesi, è diventata la nuova normalità, un fatto con cui i negoziatori sono costretti a fare i conti, spinti a colmare il divario, sempre più ampio, tra le promesse fatte e la realtà tangibile.

Il polmone del mondo a portata di mano

A soli cinque chilometri dalla sede dei negoziati, un altro mondo prende vita, mostrando ai partecipanti della conferenza il vero volto dell'ecosistema che si trovano a discutere. Una breve traversata sul rio Guama, uno dei tanti bracci in cui si disperde il potente Rio delle Amazzoni, separa Belém dall'isola di Cumbu. Qui, la foresta tropicale si manifesta in tutta la sua potenza, con le palafitte di legno che contrastano l'erosione delle rive e i locali che servono il pirarucú, l'enorme pesce rosso che abita quelle acque marroni. A dominare il paesaggio, poi, c'è l'imponente Samaúma, l'Albero della Vita reso celebre dal film Avatar, un monumento naturale che osserva silenzioso lo svolgersi degli eventi.

Le voci che chiedono ascolto

Accanto alle delegazioni ufficiali, altre voci si fanno strada per far sentire la propria presenza e le proprie ragioni. La cosiddetta "flotilla indigena", una coalizione di gruppi che rappresentano i popoli originari, ha raggiunto Belém per esercitare una forma di pressione diversa, proveniente direttamente dai territori più colpiti dai cambiamenti climatici. Le loro istanze, che mescolano la difesa di antichi saperi alla richiesta di giustizia ambientale, aggiungono un ulteriore e complesso strato ai negoziati, ricordando a tutti che le decisioni che verranno prese avranno un impatto concreto non solo sugli ecosistemi ma anche sulle culture e sulle vite di chi quegli ecosistemi li abita da sempre.

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