Le ibride plug-in inquinano molto più di quanto dichiarato, lo studio che le accusa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le automobili ibride plug-in, spesso presentate come un ponte tecnologico verso un futuro a zero emissioni, emettono in realtà anidride carbonica in quantità quasi cinque volte superiori rispetto ai valori ufficiali comunicati dalle case costruttrici. A rivelarlo, gettando un'ombra su una delle soluzioni più propagandate del settore, è una nuova e approfondita analisi condotta da Transport & Environment, la principale organizzazione europea che si batte per la decarbonizzazione dei trasporti. I dati, raccolti da una vasta mole di informazioni sul loro utilizzo reale, dipingono un quadro ben diverso da quello certificato attraverso i protocolli di omologazione, i quali, com'è noto, non sempre riescono a riprodurre fedelmente le condizioni di guida quotidiane.

Il divario tra i test di laboratorio e la strada

Secondo il report, il cuore del problema risiederebbe nella frequenza con cui questi veicoli utilizzano effettivamente la loro modalità di funzionamento elettrico, che ne costituisce il principale vantaggio ambientale potenziale. I proprietari, infatti, ricorrerebbero alla trazione a batteria molto meno di quanto preventivato durante le fasi di test, finendo così per affidarsi al motore a combustione interna per la maggior parte dei chilometri percorsi. Questo comportamento, che stravolge le premesse alla base del basso impatto ecologico delle vetture, trasforma di fatto le ibride plug-in in comuni autovetture a benzina o gasolio, le quali, oltretutto, devono trasportare il notevole peso aggiuntivo del pacco batterie e del motore elettrico.

Una tecnologia definita "uno dei più grandi bluff"

La posizione di Transport & Environment, che non usa mezzi termini e definisce questa tipologia di vetture "uno dei più grandi bluff della storia dell'automobile", si scontra frontalmente con la narrazione promossa dall'industria automobilistica dell'Unione Europea. La quale, al contrario, ha spesso sostenuto che le ibride plug-in siano assimilabili ai veicoli a emissioni zero, un'asserzione che lo studio contesta in maniera netta. La questione, che va ben oltre la semplice disputa tecnica, si inserisce in un dibattito già molto acceso a livello comunitario sulla direzione da imprimere alla transizione ecologica del settore dei trasporti, un dibattito nel quale anche voci autorevoli hanno espresso scetticismo sugli obiettivi troppo rigidi.

Il contesto di una transizione energetica controversa

La crisi che sta investendo il comparto automotive, del resto, ha portato diversi Paesi membri, insieme a rappresentanti dell'industria e dei sindacati, a mettere in discussione il percorso tracciato dalle istituzioni comunitarie, additandone i "pasticci" come causa principale delle difficoltà attuali. In questo clima di incertezza, le ibride plug-in erano state concepite come il compromesso perfetto, in grado di garantire un'autonomia sufficiente per gli spostamenti di ogni giorno grazie alla batteria, e la sicurezza del motore termico per i viaggi più lunghi, eliminando così la cosiddetta ansia da autonomia. La teoria, però, sembra scontrarsi con una pratica d'uso che ne mina del tutto i presupposti di efficienza.

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