Il paese delle 30 euro di chiacchiere e la sentenza della Corte dei Conti che trasforma una festa in danno erariale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un piccolo centro in provincia di Pavia, Casorate Primo, finito suo malgrado al centro di un caso nazionale che mescola pasticceria e contabilità pubblica, il tutto per un pugno di euro. La vicenda, che ha del paradossale, trae origine da una festa di Carnevale organizzata lo scorso anno dall’amministrazione comunale: un appuntamento dedicato ai bambini, con tanto di maschere e, come da tradizione, un vassoio di chiacchiere, quei dolci fritti spolverati di zucchero a velo noti anche come frappe o cenci a seconda della regione. Solo che quei trenta euro spesi per allietare il pomeriggio dei più piccoli si sono trasformati in un caso giudiziario, con tanto di intervento della magistratura contabile, che ha parlato di “danno erariale”.

A sollevare la polvere è stato un esposto del consigliere di opposizione Luigi Cosentini, il quale, venuto a conoscenza delle modalità di acquisto, ha deciso di segnalare il tutto alla procura regionale della Corte dei Conti. La spesa, per la precisione, era stata effettuata da un consigliere di maggioranza che, accortosi all'ultimo momento della mancanza dei dolci, si era precipitato a comprarli usando la tessera del padre, un artigiano in possesso dei requisiti per acquistare in un centro commerciale all'ingrosso. Una procedura nata con l'intenzione di risparmiare, pagando i dolci circa la metà del prezzo di listino, ma che ha innescato un meccanismo burocratico destinato a concludersi con una sentenza che definisce quella spesa non in linea con le finalità istituzionali dell'ente.

L’irregolarità formale e la difesa del sindaco Vai

Il sindaco Enrico Vai, interpellato sulla questione, non ha nascosto il proprio disappunto, parlando apertamente di “bassa strumentalizzazione della minoranza”. Secondo quanto ricostruito dallo stesso primo cittadino, l'acquisto rientrerebbe pienamente nelle possibilità previste dal regolamento per le spese economali, quelle di piccolo importo destinate a fronteggiare situazioni contingenti. Il rimborso di quei trenta euro, erogato direttamente al padre del consigliere, sarebbe stato quindi un atto doveroso per ripagare una spesa sostenuta nell'interesse della collettività e dei bambini che partecipavano alla festa. L’amministrazione, ha tenuto a sottolineare Vai, era intenzionata a diffondere una nota per ribadire la correttezza del proprio operato e contestare la qualifica di danno erariale attribuita a quella somma, seppur nella disponibilità a restituirla per evitare ulteriori conseguenze.

La sentenza della Corte dei Conti, tuttavia, è stata netta nel suo rigore formale: i giudici contabili hanno stabilito che “la spesa non corrisponde né a finalità istituzionali né è in alcun modo assumibile tra le fattispecie che presuppongono esigenze indifferibili e urgenti di funzionamento degli uffici”. In sostanza, per quanto nobile potesse essere l'intento di offrire un momento di festa ai bambini, l'acquisto di generi alimentari come le chiacchiere non rientra tra le voci di spesa che un Comune può sostenere con i fondi pubblici al di fuori di procedure concorsuali o di appalti specifici. È il principio di destinazione dei fondi a essere stato violato, a prescindere dall'esiguità della cifra, e questo ha portato alla richiesta di restituzione della somma da parte dell'ente.

Le reazioni politiche e il costo della burocrazia

Se l’opposizione, per voce di Cosentini, ha giustificato l’esposto sostenendo che il problema non fosse la cifra in sé, ma il “disinvolto utilizzo dei soldi pubblici fuori dalle regole”, dall’altra parte dello schieramento politico le critiche non sono mancate. Raffaele Buratti, capogruppo della coalizione di centrosinistra, ha voluto prendere le distanze dal collega di opposizione, pur non condividendo la maggioranza in consiglio. Buratti ha sottolineato come l’acquisto, seppur viziato da un’imprecisione procedurale, fosse mosso dall’evidente intenzione di far risparmiare il Comune grazie all'uso di una tessera sconto. “Il vero danno erariale”, ha dichiarato, “lo subiscono i contribuenti ogni volta che l’apparato dello Stato viene impegnato per questioni che non hanno sostanza proporzionata”. Una riflessione, la sua, che sposta l’attenzione dal simbolico vassoio di dolci al costo, ben più elevato, della macchina burocratica e giudiziaria attivata per un caso di tale portata.

A conti fatti, il Comune di Casorate Primo dovrà ora recuperare quei trenta euro, restituendoli simbolicamente, per chiudere la partita con la magistratura contabile. Ma la vicenda, al di là dell'esito formale, rimane come esempio paradossale di come il rigore delle norme possa talvolta scontrarsi con il buon senso e con quelle che Buratti ha definito “pretestuosa propaganda a spese della comunità”. E mentre il paese si ritrova suo malgrado ribattezzato “il paese delle chiacchiere”, la giunta si prepara a difendere la propria onorabilità, spiegando che l’irregolarità, se di irregolarità si tratta, è solo formale e che la destinazione del denaro era, e rimane, trasparente.

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