Lupi avvelenati nel Parco d’Abruzzo, dieci esemplari uccisi in pochi giorni: “Così è stata cancellata un’intera famiglia”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   PESCASSEROLI – Bastano pochi giorni, forse anche meno di quanto si possa immaginare, per trasformare un’area simbolo della biodiversità italiana in un cimitero a cielo aperto. Nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove la natura selvatica rappresenta da sempre un’eccezione nel panorama europeo, il silenzio delle montagne è stato rotto da un ritrovamento che ha dell’incredibile: dieci lupi giacciono senza vita sul terreno, vittime – secondo l’ipotesi al vaglio degli inquirenti – di un’azione criminale pianificata e devastante. L’allarme è scattato in due momenti distinti, seppur temporalmente vicini; prima sono stati rinvenuti cinque esemplari nel territorio di Alfedena, località San Francesco, poi altri cinque a Pescasseroli, come a voler suggerire che nessuna area protetta fosse ormai al riparo da questa furia silenziosa.

Le modalità del decesso, per quanto emerso finora, presentano tragiche analogie che hanno subito orientato le indagini verso una pista specifica. Una pattuglia di guardiaparco, durante un servizio di routine nella zona contigua del parco, ha notato i corpi degli animali e ha immediatamente attivato le procedure di emergenza. Con loro sono intervenute le unità cinofile specializzate nella ricerca di esche, le quali hanno scandagliato il terreno restituendo un responso allarmante: sono stati individuati resti compatibili con la presenza di bocconi avvelenati. Questo particolare, se confermato dalle analisi tossicologiche, configurerebbe non un atto impulsivo, ma un’esecuzione pianificata, volta a colpire in modo indiscriminato la fauna che popola uno dei santuari naturalistici più amati d’Italia.

Una strage che cancella un branco intero

La dinamica dei fatti non racconta soltanto di numeri, ma di legami familiari spezzati. Nel caso specifico del ritrovamento di Pescasseroli, i cadaveri dei lupi sono stati scoperti in prossimità l’uno dell’altro, un dettaglio che ha gelato il sangue degli operatori intervenuti: si trattava di un branco coeso. Tra le vittime, rinchiusa in un ormai inerme, c’era anche una femmina gravida, la cui vita portava con sé la promessa del futuro, una promessa che il veleno ha trasformato in nulla prima ancora che potesse manifestarsi. Questa circostanza aggrava ulteriormente il bilancio di questa strage, perché non si contano solo i dieci esemplari morti, ma anche i cuccioli che non nasceranno, indebolendo ulteriormente la già fragile resilienza genetica della specie in quella porzione di Appennino.

L’associazione LNDC Animal Protection, che ha presentato denuncia contro ignoti alla Procura della Repubblica di Sulmona, parla senza mezzi termini di “violenza pura” e di un attacco diretto non solo a una specie protetta, ma all’equilibrio stesso dell’ecosistema. Il loro appello, lanciato con forza nelle ore successive al ritrovamento, è rivolto a chiunque possa avere notizie utili per risalire ai responsabili: “Chi sa parli”, è il messaggio che risuona in queste ore, mentre la magistratura tenta di ricostruire il puzzle delle responsabilità. Il veleno, come spesso accade in questi casi, è un’arma vile che non fa distinzione tra predatore e preda, rischiando di avvelenare anche altri animali come l’orso marsicano, specie simbolo e particolarmente vulnerabile, o i cani degli allevatori, trasformando il parco in una trappola mortale per tutti.

Il contesto di un conflitto annoso

Da anni il rapporto tra il lupo, gli allevatori e gli agricoltori locali è segnato da una tensione palpabile, un conflitto ancestrale che periodicamente riemerge con violenza. Fino a qualche tempo fa, si poteva ipotizzare che l’ostilità umana si traducesse in episodi sporadici, magari mirati alla difesa del bestiame. Tuttavia, la portata di questi ultimi fatti – dieci esemplari in meno di quindici giorni – rappresenta un salto di qualità nella barbarie che lascia sgomenti anche i più accaniti detrattori del grande predatore. Non si tratta più di un atto di ritorsione localizzato, ma di una vera e propria operazione di sterminio che ha preso di mira branchi interi, cancellandoli dalla mappa del parco.

Il Parco nazionale, dal canto suo, ha subito messo in campo tutte le risorse a disposizione per fronteggiare l’emergenza e assicurare i colpevoli alla giustizia. I resti degli animali e le presunte esche sono stati posti sotto sequestro penale e trasferiti presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise, con sede ad Avezzano, dove i tecnici sono al lavoro per accertare con certezza la causa del decesso e, auspicabilmente, la composizione chimica del veleno utilizzato. I guardiaparco, insieme ai carabinieri forestali, stanno setacciando il territorio per verificare che non ci siano altre carcasse o ulteriori esche disseminate, un lavoro certosino e pericoloso, necessario per scongiurare una nuova moria che potrebbe colpire anche altre specie protette presenti nell’area.

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