Qualcosa di lilla, la bulimia adolescenziale arriva in prima serata (ma il film non osa fino in fondo)
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Rai 1 ha deciso di portare, questa sera alle 21.35, un tema spesso confinato nelle stanze dei consultori o nelle pagine di manuali specialistici – i disturbi del comportamento alimentare tra gli adolescenti – dentro il salotto di vetro della prima serata. Il film si intitola Qualcosa di lilla, e il richiamo cromatico, lo si intuisce subito, non è affatto casuale: il lilla è il colore del fiocchetto che da anni ormai simboleggia la lotta contro i DCA, una scelta di marketing emotivo che però rischia di rimanere l’unico vero atto di coraggio di un’operazione, per altri versi, fin troppo prudente. Perché se da un lato è innegabile il merito di aver acceso un riflettore su una piaga silenziosa – quella di ragazzi e ragazze che scivolano nella bulimia o nell’anoressia con una facilità che solo chi la vive può comprendere – dall’altro l’opera sembra accontentarsi di una narrazione didascalica, quasi timorosa di graffiare davvero la superficie.
La difficoltà delle famiglie e lo sguardo di un padre che non vuole fare la comparsa
Il cuore narrativo del film, a guardare il trailer e le anticipazioni fornite dagli stessi interpreti, ruota attorno alla relazione tra una figlia, interpretata da Federica Pala (già vista nei panni di Sarah Scazzi nella serie Disney+ sul delitto di Avetrana), e un padre a cui dà volto Alessandro Tersigni. È proprio Tersigni, ex volto noto del *Grande Fratello* e oggi attore che prova a costruirsi una seconda carriera lontano dai reality, a fornire la chiave di lettura più interessante: «Non voglio essere una comparsa nella vita dei miei figli», ha dichiarato. Essere padre, per lui, significa «esserci nei momenti che contano davvero». Una frase che, messa a confronto con il personaggio che interpreta – un uomo che fatica a riconoscere i segnali della malattia della figlia prima ancora di saperla affrontare – rivela tutta la distanza che corre tra l’intenzione e la realtà. Tersigni stesso ammette che il suo Cristiano (questo il nome del personaggio) è pragmatico, diverso dalla sua figura paterna reale. Non perché l’uno sia divorziato e l’altro no, precisa, ma perché «abbiamo un concetto differente di cosa voglia dire essere presenti».
Un tema gigantesco e una messa in scena che non sempre tiene il passo
Il problema, per chi guarda *Qualcosa di lilla* con occhio non distratto, è che il tema gigantesco – la facilità con cui un’adolescente può scivolare nella spirale della bulimia – viene affrontato con gli strumenti della fiction più rassicurante. Non c’è eccesso, non c’è tono giudicante, e questo per certi versi è encomiabile: urlare contro la malattia o trasformarla in un melodramma lacrimevole sarebbe stato un tradimento. Ma neppure si avverte quella tensione viscerale, quella messa in scena del che si ribella e del cibo che diventa nemico, che hanno reso memorabili altri racconti sul tema. Si resta in superficie, si mostrano i sintomi, le bugie a tavola, i viaggi in bagno dopo i pasti, ma quasi con il freno a mano tirato. Le protagoniste, Federica Pala e Margherita Buoncristiani (presenti in studio a *UnoMattina* per promuovere il film), ci mettono del loro, ma la sceneggiatura non sempre le aiuta.
La cronaca di un’assenza e il ruolo della televisione pubblica
Eppure, c’è un dato di fatto che non si può ignorare: la televisione pubblica, quella generalista per eccellenza, ha scelto di dedicare una prima serata a un disturbo che ancora oggi, nel 2026, viene liquidato troppo spesso come “una fase” o “un capriccio”. I dati parlano chiaro – anche se il film non li cita – e mostrano un aumento vertiginoso dei casi tra i giovanissimi, con ricoveri che nelle grandi città italiane sono ormai all’ordine del giorno. *Qualcosa di lilla* non ha la pretesa di essere un documentario, né un’inchiesta. È un film piccolo, quasi intimo, che però si scontra con l’enormità del suo oggetto. E proprio in questo scarto – tra l’ambizione dichiarata e la messa in scena che arretra – si misura il suo limite più evidente. Si guarda, si capisce il messaggio, ma si esce dalla visione con la sensazione che si sarebbe potuto osare di più. Molto di più.




