Zelensky offre una zona demilitarizzata nel Donbass, ma la strada per la pace è ancora lunga
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Redazione Esteri
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La proposta, avanzata in un piano articolato in venti punti frutto di un lavoro congiunto con Washington, rappresenta un punto di svolta potenziale nelle trattative, poiché per la prima volta Kiev si dichiara pronta a ritirare le proprie truppe dalle aree della regione di Donetsk attualmente sotto il suo controllo. Un passo significativo, questo, che però il presidente ucraino vincola a una condizione precisa e speculare: Mosca dovrebbe fare altrettanto, ritirando i suoi soldati da un territorio di pari estensione. L’obiettivo, come riferiscono fonti vicine ai negoziati, sarebbe la creazione di una fascia smilitarizzata sotto vigilanza internazionale, il cui status finale verrebbe eventualmente sancito attraverso un referendum popolare.
Le perplessità di Mosca e l'incidente di cronaca nera
La reazione del Cremlino, almeno nelle prime dichiarazioni ufficiali, non lascia intendere ottimismo. I vertici russi, i quali hanno ricevuto il documento attraverso canali diplomatici, lo considerano un mero punto di partenza per futuri colloqui, ritenendo che manchi di elementi cruciali per i loro interessi nazionali. "Tutti i parametri principali della posizione della parte russa sono ben noti ai nostri colleghi degli Stati Uniti", ha dichiarato il portavoce del Cremlino, sottolineando una distanza che appare ancora considerevole. Nel frattempo, mentre la diplomazia tenta faticosamente di trovare uno spiraglio, la violenza continua a mietere vittime anche lontano dal fronte. A Mosca, un’esplosione ha causato tre morti, in un episodio che le autorità locali stanno investigando e che ricorda come il conflitto possa produrre sanguinose conseguenze anche nel cuore della Russia.
Il quadro strategico e le divergenze interne
L’apertura di Zelensky, per quanto marcata, non significa un consenso totale neppure con il principale alleato, gli Stati Uniti, ora guidati dal presidente Donald Trump. Fonti bene informate indicano infatti che persiste un disaccordo sulla questione, spinosissima, dei territori e in particolare sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia, il cui controllo rimane uno dei nodi più intricati da sciogliere. Queste divergenze di visione, sebbene non blocchino il processo negoziale, ne complicano notevolmente il percorso, rendendo ogni avanzamento lento e incerto. D’altronde, la stessa offerta ucraina è concepita come una misura di de-escalation, la quale, qualora accettata, potrebbe teoricamente ridurre gli scontri armati in una delle regioni più contese.
La guerra di droni e lo stallo sul campo
Parallelamente alle parole dei negoziatori, le azioni militari non si fermano. Nelle ultime ore si sono registrati attacchi reciproci con droni, segno di una contrapposizione che, nonostante le trattative, rimane ferrea sul terreno. L’episodio esplosivo nella capitale russa, per il quale non sono state avanzate rivendicazioni ufficiali, si inserisce in un contesto già teso, dove atti simili contribuiscono ad alzare la tensione generale. La proposta di Kiev, quindi, galleggia sopra un mare di ostilità pratiche che rischiano costantemente di affondarla, dimostrando come il cammino verso un armistizio duraturo sia lastricato non solo di buone intenzioni, ma anche di ostacoli concreti e di una diffidenza profonda, radicata in anni di conflitto.




