Anniversario del 7 ottobre: la condanna del terrorismo non giustifica i crimini di guerra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A due anni dagli attacchi del 7 ottobre in Israele, definiti un "pogrom spietato contro civili innocenti", la riflessione si sposta su un presente ancora segnato da quella tragica eredità. L'esponente di Alleanza Verdi e Sinistra, Marco Grimaldi, ha ricordato le 1250 vittime, di cui 800 civili, "tra loro tanti bambini e ragazzi giovanissimi", ai quali si aggiungono i "centinaia di rapimenti". Il suo pensiero è rivolto "alle vittime, alle loro famiglie, agli ostaggi ancora nelle mani di Hamas", sottolineando che "non c'è giustificazione possibile" per quanto avvenuto. Una condanna netta che, tuttavia, non diventa assoluzione per altro: "il 7 ottobre non è sepolto sotto le macerie di Gaza", perché "gli orrori si sommano, non vengono rimossi da orrori più grandi". Una posizione che articola il concetto per cui la riprovazione di un atto di violenza non può legittimare successive operazioni belliche che sfocino in crimini di guerra.

La vita faticosa nei kibbutz simbolo della strage

Nei kibbutz di Be’eri, Kfar Azza e Nir Oz, la vita tenta faticosamente di riprendere un ritmo normale, nonostante paesaggi e animi portino cicatrici profonde. Il reportage restituisce un'immagine sospesa tra la memoria indelebile di chi non c'è più e la flebile, ma tenace, speranza per un ritorno degli ostaggi. In quelle comunità, dove molte abitazioni furono distrutte o carbonizzate, il passato è un compagno ingombrante. Tra case ricostruite e giardini curati, si percepisce il peso di un lutto collettivo che non ha ancora trovato pace.

I gesti del dolore al festival di Nova

La geografia del dolore ha un suo epicentro anche nel luogo del festival di musica Nova, presso Re’im. Un ragazzo trascorre ore seduto a terra, accarezzando silenziosamente il memoriale del fratello. Una madre continua a baciare l'immagine del figlio. Una giovane donna lotta contro la sabbia per mantenere puliti i fiori deposti sotto la fotografia dell'uomo che avrebbe dovuto sposare. Sono gesti semplici, carichi di una disperazione muta, che raccontano una ferita ancora sanguinante. A distanza di due anni, il tempo non sembra aver scalfito la necessità di un lutto che reclama il proprio spazio, come sintetizzato da un familiare: "Qui furono uccisi i nostri figli, lasciateci il diritto di piangere".

Una narrazione che rifiuta la semplificazione

Quello che emerge è un quadro in cui la memoria personale e collettiva si scontra con la complessità della situazione attuale. Commemorare le vittime del terrorismo ed essere solidali con gli ostaggi non elide, per alcuni, la necessità di un esame di coscienza sulle conseguenze che sono seguite. La posizione politica espressa cerca di tenere insieme due piani: la condanna senza riserve di un attacco crudele verso civili e la constatazione che la risposta ha generato a sua volta una vasta crisi umanitaria. Si delinea così una narrazione che rifiuta la semplificazione, nella quale il ricordo di un orrore non cancella la responsabilità di ciò che è avvenuto dopo.

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