Il Consiglio Supremo di Difesa e la linea rossa: l’Italia non è in guerra, ma i suoi soldati sono nel mirino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La riunione del Consiglio Supremo di Difesa, convocata al Quirinale e presieduta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fotografato con lucidità la complessità di uno scenario mediorientale in fiamme, arrivando a ribadire un concetto che, sebbene chiaro sulla carta, si scontra quotidianamente con la pericolosità del teatro operativo. Nel documento finale dell’incontro, a cui hanno preso parte la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e i vertici delle Forze Armate, si sottolinea come l’Italia “non partecipa e non prenderà parte alla guerra” in corso, un conflitto nato a seguito dell’azione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Una presa di posizione netta, motivata dal dettato dell’articolo 11 della Costituzione e dalla volontà di perseguire con determinazione la via negoziale e diplomatica, ma che non cancella l’evidenza di un rischio concreto per i nostri militari dispiegati nell’area.

Perché la questione, ed è questo il nodo centrale che emerge dalle analisi, non è soltanto formale. Il Consiglio ha espresso “grande preoccupazione” per gli effetti destabilizzanti della crisi, che si estendono dall’intero Medio Oriente fino al bacino del Mediterraneo, e ha dovuto prendere atto di come la moltiplicazione di iniziative unilaterali stia di fatto indebolendo il sistema multilaterale fondato sull’ONU. In questo quadro, la posizione italiana si fa complessa: se da un lato si ribadisce la non belligeranza, dall’altro si conferma la presenza di circa duemila soldati in missioni già autorizzate dal Parlamento, sparsi tra Iraq, Kuwait, Libano e Paesi del Golfo, con il compito di garantire stabilità, formazione e sorveglianza. Una presenza, quella italiana, che come ha spiegato l’analista Marco Di Liddo, viene percepita dalle forze ostili come un’estensione del potere occidentale, e che proprio per questo diventa un obiettivo, indipendentemente dalle dichiarazioni di neutralità.

La conferma più drammatica di questa vulnerabilità è arrivata nella notte tra l’11 e il 12 marzo, quando un attacco con missile – o secondo alcune fonti con un drone suicida – ha colpito la base italiana di Camp Singara, a Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’esplosione, che ha danneggiato alcuni mezzi e innescato un incendio, non ha purtroppo ferito i centoventi uomini del contingente, i quali hanno avuto il tempo di mettersi al riparo nei bunker seguendo i protocolli di sicurezza, ma ha rappresentato un salto di qualità nella minaccia. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, non ha avuto dubbi nel definire l’attacco come voluto e deliberato, e sebbene la paternità dell’azione non sia stata ufficialmente rivendicata, è alta la convinzione che possa essere opera delle milizie sciite irachene vicine all’Iran.

Ed è proprio a valle di questo episodio che la strategia del governo ha subito un’accelerazione. Il ministro Crosetto ha annunciato che il rientro del personale da Erbil, già programmato da tempo, è stato non solo confermato ma reso più celere: centodue militari sono già rientrati in Italia, una quarantina sono stati trasferiti in Giordania, mentre per i restanti si sta organizzando un trasferimento via terra, molto probabilmente attraverso la Turchia, data l’impossibilità di effettuare un ponte aereo in sicurezza. Parallelamente, cresce la tensione anche per le altre basi, in particolare per quella di Ali Al Salem in Kuwait, dove sono schierati circa trecento militari dell’Aeronautica con i loro Eurofighter: anche lì si sono verificati attacchi che hanno danneggiato gli alloggi italiani, costringendo i soldati a rimanere nei bunker per giorni. La situazione in Libano, con la missione Unifil a guida italiana costantemente esposta agli attacchi israeliani e alle violazioni della risoluzione 1701, aggiunge un ulteriore tassello a un mosaico che si fa sempre più preoccupante.

La strategia della tensione e le forniture ai Paesi del Golfo

Al di là del contingente, ciò che rende la posizione italiana particolarmente delicata è la politica di sostegno indiretto agli alleati. La Presidente Meloni, nel suo intervento in Parlamento, ha confermato che l’Italia sta fornendo sistemi di difesa aerea e防空装备 ai Paesi del Golfo, tra cui Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, definiti “partner strategici”. Una scelta, questa, motivata dalla necessità di tutelare i cittadini italiani residenti nell’area e le stesse basi militari, ma che rischia di essere interpretata come un coinvolgimento nel conflitto. Come ha spiegato l’analista Di Liddo, la strategia iraniana si basa sul principio del “caos organizzato”: colpire non solo gli avversari diretti, ma tutti coloro che, a vario Titolo, sostengono lo schieramento avversario, rendendo il costo dell’intervento insostenibile per l’opinione pubblica occidentale. In questo senso, l’attacco a Erbil potrebbe essere letto come un messaggio chiaro: la guerra è vicina, e la sola presenza fisica sul territorio, anche con compiti non offensivi, espone a ritorsioni.

Le basi italiane nel mirino degli attacchi

Il Consiglio Supremo di Difesa ha dovuto affrontare anche la questione dell’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi. Il comunicato ufficiale ribadisce che il loro uso deve avvenire nel rigoroso rispetto degli accordi internazionali vigenti, limitato ad attività addestrative e di supporto tecnico-logistico. Una precisazione tutt’altro che superflua, in un momento in cui gli Stati Uniti di Donald Trump conducono operazioni militari che l’Italia, come ha ripetuto più volte il governo, non condivide. La premier Meloni ha parlato chiaramente di interventi che vanno “oltre il perimetro del diritto internazionale”, riferendosi anche alla strage di bambini nella scuola di Minab, in Iran, definita una “mat tanza”. Una condanna ferma, che ribadisce la distanza dalle scelte belliche altrui, ma che non può nascondere la realtà di un Paese, il nostro, che si trova a dover proteggere i propri soldati in un’area dove i confini tra amico e nemico, tra guerra e non guerra, si sono fatti drammaticamente labili.

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