L’assedio allo Stretto di Hormuz e il paradosso della minaccia nucleare iraniana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La chiamata alle armi lanciata da Donald Trump, che ha intimato a una settantina di nazioni, secondo quanto riportato dall’Associated Press, di unirsi a una coalizione per pattugliare lo Stretto di Hormuz, svela la complessità di uno scenario bellico dove i confini tra difesa energetica e non proliferazione si fanno sempre più labili. Il presidente americano, nel suo volo di ritorno a Washington, ha sottolineato come il flusso di petrolio che transita per quelle acque – circa un quinto del greggio mondiale – riguardi principalmente paesi come la Cina, e non gli Stati Uniti, quasi a voler ribaltare l’onere dell’intervento su alleati e partner commerciali. Eppure, dietro questa mobilitazione marittima, affiora il nodo irrisolto di un programma atomico che, sebbene martoriato dai raid della scorsa estate, continua a rappresentare un’incognita strategica di prim’ordine.

Le strutture nucleari di Natanz e Fordow, pesantemente danneggiate nei bombardamenti di giugno, avevano portato alcuni analisti a ipotizzare una paralisi del programma di arricchimento di Teheran. Ma i dati diffusi dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e le recenti dichiarazioni del suo direttore, Rafael Grossi, dipingono un quadro differente e più sfumato. Buona parte delle scorte di uranio arricchito al 60 per cento – una purezza che, tecnicamente, pone l’Iran a un passo dal grado militare dell’80-90 per cento – non solo non è andata distrutta, ma sarebbe ancora custodita nei tunnel di Isfahan, una delle poche installazioni ad aver retto all’impatto dei missili. Si parla di oltre duecento chilogrammi di materiale fissile che, insieme ad altri quantitativi presenti altrove, potrebbero in teoria bastare, se ulteriormente processati, per un molteplicità di ordigni, nonostante l’intelligence americana continui a escludere l’esistenza di un programma attivo per la costruzione di un vero e proprio ordigno.

Il paradosso, semmai, risiede in un altro dato, emerso da autorevoli fonti giornalistiche israeliane e rilanciato in queste ore: l’Iran disporrebbe ancora di circa 450 chili di uranio arricchito al 60%, un quantitativo impressionante che il presidente russo Vladimir Putin, nel corso di una recente telefonata con Trump, avrebbe addirittura proposto di mettere al sicuro in Russia, riprendendo un meccanismo già sperimentato ai tempi del JCPOA, l’accordo sul nucleare del 2015. L’offerta, però, è stata prontamente respinta dall’amministrazione americana, la quale rivendica un controllo diretto sul materiale e non intende delegare a Mosca – che pure ha rapporti complessi con Teheran – la gestione di una variabile tanto delicata. La posizione della Casa Bianca appare lineare: finché quelle scorte non saranno messe in sicurezza sotto gli occhi degli ispettori occidentali, l’ombra di una “breakout capability”, ovvero la capacità di produrre un ordigno in tempi brevissimi, continuerà a gettare un’ombra sinistra su qualsiasi iniziativa diplomatica.

Il ritorno della deterrenza e la fine della pazienza strategica

L’attuale amministrazione iraniana, erede di quella tradizione politica che aveva fatto della “pazienza strategica” il proprio cavallo di battaglia dopo il ritiro unilaterale di Trump dal patto nucleare nel 2018, sembra aver ormai archiviato quell’approccio. L’uccisione del leader Ali Khamenei e di gran parte della vecchia guardia, avvenuta nei primi giorni del conflitto, ha di fatto spazzato via anche le remore ideologiche che, per anni, avevano impedito di valicare alcune linee rosse in materia di deterrenza. La nomina di Mojtaba Khamenei, figlio del precedente leader, a nuova Guida Suprema rappresenta una cesura profonda con il passato, una scelta che rompe tabù consolidati e che prelude, con ogni probabilità, a una dottrina di sicurezza nazionale più aggressiva e meno incline al compromesso.

Gli attacchi con droni e missili balistici che hanno preso di mira non solo Israele ma anche basi americane in Giordania e Stati del Golfo, uniti alla minaccia concreta di colpire il reattore israeliano di Dimona, non vanno letti come semplici rappresaglie, ma come l’affermazione di una nuova centralità della minaccia come strumento di pressione. Teheran, consapevole della propria inferiorità tecnologica e militare in uno scontro convenzionale prolungato, punta a innalzare il costo dell’aggressione per il nemico, giocando sulla vulnerabilità delle infrastrutture energetiche e sulla capacità di innescare una crisi umanitaria e economica a catena. La chiusura dello Stretto di Hormuz, infatti, ha già fatto schizzare verso l’alto i prezzi del petrolio, costringendo l’Agenzia internazionale dell’energia a immettere sul mercato ingenti riserve strategiche per calmierare le quotazioni.

L’assedio come specchio della crisi di intelligence

Ciò che emerge con chiarezza da questa ennesima escalation è il sostanziale fallimento dell’opzione militare come strumento di risoluzione della minaccia nucleare. I bombardamenti dell’estate scorsa, lungi dal neutralizzare le capacità atomiche iraniane, hanno prodotto un deficit informativo di proporzioni notevoli, sparpagliando le attività e costringendo l’Aiea a operare al buio, senza più accesso diretto ai siti colpiti e con dati spesso desunti esclusivamente dalle immagini satellitari. La sorveglianza tecnica, pilastro della diplomazia della verifica, ha ceduto il passo a una logica di confronto diretto dove la posta in gioco non è più solo l’arricchimento dell’uranio, ma la sopravvivenza stessa dell’assetto geopolitico regionale.

La richiesta di Trump di una coalizione internazionale per garantire la libertà di navigazione va letta, in questo contesto, anche come un tentativo di tamponare le conseguenze di un conflitto che non ha raggiunto i suoi obiettivi dichiarati. Se il programma nucleare di Teheran fosse stato davvero azzerato, la necessità di presidiare il Golfo con una flotta multinazionale sarebbe forse meno urgente. Invece, la percezione di una minaccia – tanto più volatile e imprevedibile in assenza di dati certi – si è ormai sostituita alla minaccia stessa, alimentando una spirale di contromisure e contro-reazioni che rende sempre più remota l’ipotesi di un ritorno al tavolo negoziale.

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