Grimaldi: l’offerta iraniana su Hormuz non basta, troppi rischi per gli equipaggi
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Redazione Esteri
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«Occorre prudenza, molta prudenza». La voce di Emanuele Grimaldi, presidente dell’Associazione mondiale degli armatori, arraiva netta nel commentare l’annuncio delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, quelle stesse che attraverso i canali ufficiali hanno fatto sapere che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato riaperto al transito, ma a una condizione talmente radicale da apparire, per molti versi, una provocazione nei confronti dell’occidente. Il regime di Teheran, infatti, ha subordinato il via libera alle navi commerciali all’espulsione degli ambasciatori di Israele e Stati Uniti da parte dei singoli paesi europei o arabi interessati ad attraversare quelle acque. Una richiesta che Grimaldi, interpellato sulla questione, liquida con un realismo che tiene conto della situazione sul campo piuttosto che delle dichiarazioni propagandistiche. «Non basta dire colpiremo solo navi americane e israeliane, Hormuz per le navi degli altri Paesi è aperto. O, almeno, non basta agli armatori che hanno a cuore innanzitutto la sorte dei loro equipaggi», ha spiegato, sottolineando come l’elemento umano, e cioè la vita dei marittimi, debba venire prima di ogni altra considerazione di natura politica o economica.
Il problema, per chi opera nel settore, non è tanto la volontà dichiarata, quanto l’impossibilità materiale di distinguere una nave dall’altra in un tratto di mare largo poco più di trenta chilometri e lungo una sessantina, dove le corsie di navigazione sono obbligate e i margini di manovra, in caso di attacco, sono praticamente nulli. «Come si fa a distinguere la reale proprietà di una nave?», si è chiesto retoricamente Grimaldi, ricordando che la bandiera issata a poppa corrisponde spesso al paese di registrazione e non a quello degli armatori o dei proprietari del carico, rendendo di fatto impraticabile qualsiasi tentativo di selezione da parte di chi dovesse premere il grilletto di un missile o lanciare un drone. Il risultato, concreto e già visibile dai radar e dalle mappe satellitari, è che il traffico delle petroliere è crollato di oltre il novanta per cento, con centinaia di navi ferme in rada o in attesa al largo dei porti emiratini di Fujairah o lungo le coste dell’Oman, in una sorta di ingorgo marittimo che paralizza di fatto una delle arterie vitali dell’economia globale. E la preoccupazione non riguarda soltanto il greggio, ma anche il gas naturale liquefatto, quello stesso che dal Qatar prende la via del mare per rifornire i mercati asiatici ed europei.
Se il quadro geopolitico vede il presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, minacciare ritorsioni senza precedenti contro Teheran, affermando con decisione che «lo Stretto resterà sicuro» e che l’America è pronta a scortare le navi per garantire la libertà di navigazione, l’atteggiamento degli armatori è invece improntato alla massima cautela. A nulla valgono le rassicurazioni verbali, perché sul campo i rischi sono molteplici e non si limitano ai soli attacchi missilistici. Nelle acque del Golfo, ormai, è in atto anche una guerra invisibile ma estremamente insidiosa, fatta di interferenze e di disturbo dei segnali Gps, quei sistemi di posizionamento satellitare da cui dipende la navigazione moderna. Le petroliere, in molti casi, ricevono coordinate false che le farebbero apparire su terraferma, magari all’interno di aeroporti militari o in aree desertiche, con il risultato che i comandanti, di fatto, perdono la capacità di orientarsi con precisione e sono costretti a procedere a vista, esponendosi a collisioni o a incagli. Una forma di guerra elettronica che si aggiunge alla minaccia concreta delle mine e dei barchini esplosivi, rendendo ogni traversata una scommessa sulla vita dei marinai.




