Garlasco, la faglia dell’impronta 33 e il lungo silenzio di Marco Poggi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Diciannove anni sono un lasso di tempo abnorme, nella percezione comune, specie se misurato sulla metrica del dolore giudiziario; eppure, per Marco Poggi, fratello di Chiara, la ragazza uccisa il 13 agosto del 2007 nella villetta di via Pascoli, quel silenzio è stato una scelta di sopravvivenza, una bolla costruita per proteggersi non solo dal lutto ma anche dal rumore assordante di una macchina mediatica che, a tratti, sembrava averlo trasformato da parente della vittima a sospettato numero uno.
Rompendolo soltanto ora, nel corso di un'intervista concessa a "Quarto Grado", Poggi ha restituito la misura esatta di una ferita che il passare del tempo non ha rimarginato, anzi: le nuove inchieste – quella che vede indagato Andrea Sempio, amico di famiglia finito sotto la lente della Procura di Pavia, e quella parallela, ormai in via di archiviazione, su presunte corruzioni nell’inchiesta del 2017 – hanno riacceso i riflettori su dinamiche che la condanna definitiva di Alberto Stasi avrebbe dovuto, almeno nelle intenzioni, sopire per sempre.
Marco Poggi, ascoltato dalle telecamere, ha utilizzato parole che pesano come macigni nel dibattito attuale, rifiutando le etichette vittimistiche per indossare quelle, più scomode, di chi è stato oggetto di "illazioni" atroci. "Essere accusato di essere coinvolto nella morte di mia sorella è la cosa che mi ha ferito di più", ha dichiarato, sottolineando come, in questo anno di riapertura dei lavori, "si sia giocato sulla morte e sulla vita di Chiara".
Un riferimento, questo, alle narrazioni che hanno tentato di scardinare la verità processuale consolidata, sostenendo – come fanno gli avvocati di Sempio – che le famose tracce di scarpe insanguinate, le stesse che hanno contribuito a inchiodare Stasi, potrebbero paradossalmente rappresentare la chiave di volta per scagionare il nuovo indagato.
La discesa in campo degli avvocati e la "prova regina" delle scarpe
Il dibattito, alimentato senza sosta dalle trasmissioni del mezzogiorno come "Morning News" e dalle tribune serali di "È sempre Cartabianca", si è ormai cristallizzato attorno a un dettaglio tecnico che ha assunto una valenza quasi simbolica: l'impronta numero 33, quella rilevata sulla polvere delle scale che conducono alla cantina.
Per la Procura, quella traccia è un'ancora di salvezza investigativa che riconduce ad Andrea Sempio; per la sua difesa, guidata dall'avvocato Liborio Cataliotti, non è altro che una "suggestione", un tassello messo lì a forza in un puzzle che non trova una quadratura probatoria. Cataliotti, ribadendo la strategia già esposta nei giorni scorsi, ha lanciato una provocazione destinata a far discutere gli addetti ai lavori: "Le impronte di scarpe hanno condannato Stasi, quelle stesse impronte salveranno Andrea Sempio".
Una dichiarazione che sposta il baricentro della contesa: non più il Dna ormai deteriorato, non le chat, ma la morfologia del piede e il disegno della suola insanguinata, elementi sui quali la difesa sta costruendo una contro-consulenza che, promettono, dimostrerà l'incompatibilità assoluta tra il piede del loro assistito e il modello di scarpa che ha lasciato quei segni.
Le anomalie segnalate da De Rensis e l'ombra dell'indagine archiviata
Sul versante opposto, a difendere l'architettura accusatoria che tiene Stasi in carcere, si è mosso l'avvocato Antonio De Rensis, legale della famiglia della vittima nella parte civile, il quale ha parlato di "discrepanze clamorose" nell'operato degli inquirenti originari. In particolare, durante la sua partecipazione a "È sempre Cartabianca", De Rensis ha sottolineato come alcune anomalie procedurali – legate alla gestione della scena del crimine e alla catena di custodia dei reperti – meriterebbero una spiegazione che, a suo avviso, ancora non è arrivata.
Queste critiche si inseriscono in un contesto giudiziario in rapida evoluzione: mentre la Procura di Pavia ha disposto una nuova consulenza (resa ancora più complessa dal rifiuto di Sempio di sottoporsi a una valutazione psichiatrica), l'inchiesta di Brescia che vedeva indagato per corruzione l'ex pubblico ministero Mario Venditti ha subito un brusco ridimensionamento.
Non emergendo – stando alle informative depositate dalla Guardia di Finanza – un effettivo illecito nel presunto accordo per archiviare Sempio nel 2017, quel fascicolo rischia seriamente di essere archiviato, togliendo di mezzo una delle narrazioni più tossiche che avevano avvelenato il clima intorno alla rievocazione del delitto.
La memoria di Chiara e la guerra parallela delle perizie
Quel che emerge, dall'intreccio di queste interviste e servizi televisivi, è la fotografia di un caso che non vuole trovare pace. Marco Poggi, nel suo intervento, ha chiesto che si smetta di "rovinare il ricordo" di Chiara, un appello che suona quasi ingenuo se rapportato alla ferocia dialettica che oppone i consulenti di parte.
Da un lato, la difesa Sempio gioca la carta della "suggestione investigativa", attaccando l'obsolescenza dei rilievi del 2007; dall'altro, chi sostiene la colpevolezza di Stasi (e quindi l'estraneità di Sempio) tenta di blindare il verdetto passato in giudicato, resistendo all'ipotesi di una revisione che potrebbe riaprire scenari impensabili.
In questo campo minato, dove ogni traccia fisica viene decostruita e rimontata a seconda della necessità retorica, la voce di Marco Poggi rappresenta l'unico, scomodo punto fermo: quella di un uomo che chiede giustizia ma che, dopo diciannove anni, si dice "convinto" della colpevolezza di Alberto Stasi, nonostante abbia ammesso di averlo difeso ciecamente negli anni immediatamente successivi all'omicidio.
La verità processuale, in questo teatro dell'assurdo, sembra essersi trasformata in una verità profondamente soggettiva, o forse – semplicemente – in una questione di famiglie che non hanno più nulla da perdere, se non l'integrità di un ricordo.




