L’arcivescova Sarah Mullally si insedia a Canterbury, tra lo sguardo dei Windsor e le lettere di papa Leone
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Redazione Esteri
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La cattedrale di Canterbury, cuore pulsante della cristianità inglese da quattordici secoli, ha fatto da cornice a una cerimonia che, per la prima volta nella storia dell’istituzione, ha visto una donna sedersi sulla cattedra di sant’Agostino. Sarah Mullally, già infermiera e prima vescova donna di Londra, è stata ufficialmente intronizzata come centoseiesima arcivescova di Canterbury, assumendo la guida spirituale della Comunione anglicana in un momento storico segnato tanto da fratture interne quanto da inedite aperture ecumeniche. A rappresentare la Corona – che per tradizione lascia al solo erede al trono l’onore di presenziare a queste investiture – erano il principe William e la principessa Catherine, giunti per l’occasione con un ruolo puramente formale ma dall’altissimo valore simbolico.
L’attenzione per i dettagli, in occasioni simili, non è mai banale. Kate Middleton, accanto al marito, ha scelto un abbigliamento che interpretava la formalità più rigorosa: un cappotto lungo in cashmere abbinato a un cappello di paglia a tesa larga, completato da gioielli minimali che includevano un piccolo crocifisso al collo. Un elemento, quest’ultimo, che non è passato inosservato e che, secondo alcuni osservatori, rifletterebbe un percorso spirituale personale, forse approfondito a seguito delle sfide legate alla salute che l’hanno vista protagonista negli ultimi anni. William, dal canto suo, ha fornito nei giorni precedenti l’evento una rara precisazione pubblica riguardo al proprio rapporto con la fede. Pur non essendo un frequentatore assiduo delle funzioni come il padre Carlo III, ha voluto chiarire attraverso il suo entourage che l’impegno verso la Chiesa d’Inghilterra, della quale un giorno diventerà Governatore Supremo, è “serio” e radicato in una convinzione “privata ma sincera”.
Il solenne rito nella cattedrale ha offerto il contraltare terreno a un dialogo che, invece, si consuma sui piani alti del confronto teologico. Due giorni dopo l’insediamento, il Palazzo di Lambeth ha annunciato che Sarah Mullally incontrerà Papa Leone XIV a Roma, nella residenza vaticana, alla fine di aprile. L’annuncio, arrivato a stretto giro di posta rispetto alla cerimonia, ha consolidato la percezione di una volontà di continuità nei rapporti ecumenici, nonostante le note divergenze dottrinali che separano le due Chiese. Il Pontefice, che in una lettera ufficiale aveva già salutato l’elezione della nuova arcivescova con l’appellativo di “Vostra Grazia”, ha espresso apprezzamento per la prosecuzione di un cammino di dialogo iniziato sessant’anni fa con Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey.
La missiva inviata da Papa Leone, consegnata a Canterbury dal cardinale Kurt Koch, rappresenta un gesto diplomatico di notevole spessore. Nel testo, il Papa ha riconosciuto la “pesantezza” dell’incarico che attende Mullally, sottolineando le “grandi responsabilità” che ricadono su di lei non solo per la diocesi inglese, ma per l’intera Comunione anglicana. Un riferimento, questo, che acquista particolare rilievo alla luce delle recenti tensioni interne all’anglicanesimo: la Global Anglican Future Conference (Gafcon), che rappresenta circa l’80% degli anglicani mondiali, ha infatti annunciato una rottura formale con la sede di Canterbury, contestando le derive considerate troppo liberali dalla Chiesa madre inglese. Nonostante ciò, l’invito a proseguire il “dialogo nella verità e nell’amore” è stato accompagnato, nel messaggio del Papa, da un suggerimento teologico preciso: l’invito a ispirarsi “all’esempio di Maria, Madre di Dio”. Un’indicazione che riafferma, per contrasto, il solco dogmatico tracciato dalla Chiesa cattolica riguardo al sacerdozio femminile, escludendo ogni ipotesi di equiparazione dei ruoli.
L’incontro di aprile, dunque, si preannuncia come un momento cruciale per verificare la tenuta del dialogo tra le due confessioni, mentre la nuova arcivescova si trova a dover governare una chiesa in cerca di stabilità. La sua nomina, figlia di un percorso di graduale inclusione che l’ha vista prima alla guida della diocesi londinese, arriva dopo le dimissioni del predecessore Justin Welby, avvolto da uno scandalo legato alla gestione di casi di abusi. Mullally, nel suo primo intervento dopo l’insediamento, ha già delineato una rotta chiara: lavorare per rendere la Chiesa “più sicura” e trasparente, cercando di ricucire lo strappo con le vittime e di ricostruire la fiducia in un’istituzione scossa. La sua leadership, in questo senso, si configura non solo come una svolta epocale sotto il profilo di genere, ma anche come una risposta concreta alla necessità di rinnovamento morale.
Il peso della storia e la modernità di un ruolo
La cerimonia di Canterbury, alla quale hanno assistito circa duemila persone tra cui il primo ministro Keir Starmer, ha messo in scena questa complessa stratificazione di significati. Da un lato, l’antico rito dell’intronizzazione – con il tradizionale bussare alla porta occidentale della cattedrale – che lega la nuova arcivescova a una linea apostolica millenaria; dall’altro, la presenza attiva di William e Kate, simbolo di una monarchia che cerca di modernizzare il proprio rapporto con la religione, rendendolo più intimo e meno legato alla liturgia pubblica del passato. La scelta di Kate, in particolare, di indossare un cappotto con il disegno “Prince of Wales check”, un omaggio al titolo del marito e alla storia della corona, ha suggellato visivamente l’alleanza tra la nascente leadership di Mullally e il sostegno della futura coppia regnante.
L’attesa per l’incontro ecumenico di aprile
Mentre l’attenzione mediatica si concentra sui dettagli dell’abbigliamento reale e sul protocollo, il viaggio che Mullally compirà a Roma dal 25 al 28 aprile rappresenta l’atto più sostanziale di questo inizio di mandato. La risposta dell’arcivescova alla lettera del Papa, resa nota da Lambeth Palace, è stata improntata a una profonda gratitudine, confermando la volontà di “servire come strumento di comunione” e di rafforzare i legami di amicizia e l’impegno condiviso per l’unità. Sarà probabilmente in quella sede, a pochi chilometri dalla Basilica di San Pietro, che si misurerà la reale portata di questo nuovo capitolo nei rapporti tra anglicani e cattolici, un dialogo che Papa Leone intende portare avanti senza rinunciare a ribadire, anche con gesti sottili come il richiamo alla Madonna, la specificità della tradizione cattolica.




