Un’arcivescova a Canterbury, il Papa invita al dialogo mentre la corona manda i suoi eredi
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Redazione Esteri
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La cattedrale di Canterbury, cuore pulsante del cristianesimo inglese da oltre quattordici secoli, ha fatto da scenario a una cesura storica: per la prima volta dalla Riforma del XVI secolo, una donna, Sarah Mullally, è stata insediata come arcivescovo, divenendo la 106esima guida spirituale della Chiesa d’Inghilterra e della Comunione anglicana mondiale. L’evento, svoltosi il 25 marzo alla presenza di circa duemila invitati, ha visto la partecipazione dei principi William e Catherine, rispettivamente principe e principessa del Galles, i quali hanno rappresentato la corona britannica in una cerimonia che unisce la tradizione monarchica alla vita ecclesiastica nazionale. Per l’occasione, Catherine, che ha accompagnato il marito – futuro governatore supremo della Chiesa – ha sfoggiato un cappotto grigio con il motivo Principe di Galles e un vistoso cappello di paglia, un dettaglio di stile che, come spesso accade, ha catturato l’attenzione dei media accorsi all’evento.
Il messaggio di Roma: un cammino di dialogo nonostante le divergenze
A suggellare il significato ecumenico della giornata è giunto, il giorno successivo, il messaggio del Papa, indirizzato alla nuova arcivescovo per assicurarle la vicinanza spirituale della Chiesa cattolica. Nel testo, si richiama l’importanza di proseguire su quella strada di dialogo “in verità e amore” che, dagli storici incontri tra Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey nel 1966, ha prodotto frutti come la Commissione internazionale anglicano-cattolica romana (ARCIC). Si riconosce, con realismo, che il percorso ecumenico non è stato privo di asperità: già una dichiarazione congiunta firmata nel 2016 da Papa Francesco e dal predecessore di Mullally, Justin Welby, aveva preso atto di “nuove circostanze” che avevano generato “nuovi disaccordi”. Il messaggio odierno del Papa non elude queste difficoltà ma invita a considerar le sfide del mondo contemporaneo – un mondo “ferito da vari drammi” – come il terreno comune sul quale cristiani di diverse confessioni possono offrire, insieme, i doni di Dio. La presenza, il giorno della cerimonia, di una delegazione cattolica guidata dal cardinale Kurt Koch, prefetto del dicastero per l’unità dei cristiani, ha ulteriormente sottolineato la volontà di mantenere vivo il dialogo nonostante le divergenze dottrinali che permangono.
Un’insediamento sotto il segno della rottura e della memoria delle vittime
L’insediamento di Sarah Mullally segna non solo una svolta di genere per una chiesa che ha autorizzato l’ordinazione femminile al sacerdozio solo nel 1992 e al vescovato nel 2014, ma avviene anche in un clima di rinnovamento dopo le turbolenze che hanno scosso l’istituzione. Il suo predecessore, Justin Welby, si era dimesso nel 2024 a seguito delle critiche per la gestione di un caso di abusi su minori, una vicenda che aveva profondamente minato la fiducia dei fedeli. Mullally, che prima di intraprendere la carriera ecclesiastica era stata infermiera e capo del servizio sanitario nazionale, ha voluto dedicare il suo primo sermone proprio alle vittime di quegli abusi, invitando a non minimizzare il dolore di chi è stato danneggiato da “azioni, inazioni o fallimenti” della chiesa stessa. Un atto dovuto che ha aperto il suo ministero pubblico con una presa di posizione chiara in tema di responsabilità e trasparenza, elementi ritenuti cruciali per il futuro dell’istituzione.
La regalità in abito grigio e il peso simbolico della presenza dei Windsor
La presenza di William e Kate nella cattedrale non è stata puramente formale. Essendo il sovrano britannico, oggi Carlo III, il “Supremo Governatore” della Chiesa d’Inghilterra, la partecipazione dell’erede al trono ha rappresentato un atto di continuità istituzionale e di sostegno pubblico alla nuova arcivescovo. Per Kate Middleton, il dettaglio dell’abito con il motivo “Principe di Galles” – che richiama il Titolo del marito – è stato letto come un tributo personale al ruolo che ricopre, un linguaggio del vestire che, sebbene apparentemente secondario, diventa parte integrante del racconto di questi eventi ufficiali. In un contesto in cui la monarchia cerca di mostrarsi vicina alle trasformazioni sociali e religiose del paese, il gesto di presenziare all’intronizzazione della prima arcivescovo donna ha un peso specifico che va ben oltre l’etichetta di corte, posizionando la corona come osservatrice attenta di un cambiamento epocale all’interno di una delle istituzioni più antiche del Regno.




