James van der Beek, il ragazzo di Capeside che voleva fare Spielberg, si è fermato a quarantotto anni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notizia è rimbalzata sui filari d’agenzia nella tarda mattinata dell’11 febbraio, mentre qui in Italia molti di coloro che oggi hanno superato i trentacinque anni erano probabilmente al lavoro, e forse qualcuno ha dovuto posare la tazza del caffè per rispondere a un messaggio inaspettato. James van der Beek, questo è il fatto, se n’è andato. Se ne è andato a casa sua, circondato da Kimberly – la moglie che nel 2024 lui stesso descrisse come colei che lo aveva sorretto nei momenti in cui il Corpo non rispondeva – e dai sei figli, i cui nomi Olivia, Joshua, Annabel, Emilia, Gwendolyn e Jeremiah compongono un elenco che è anche la mappa di un’intera esistenza spesa lontano dai riflettori accesi dei red carpet -1-6-7. L’annuncio, affidato a un comunicato stampato dalla grafia misurata della famiglia, parla di un uomo che ha affrontato i suoi ultimi giorni con coraggio, fede e grazia; concetti, questi, che suonano autentici se si ripercorrono i frame dell’ultimo video che girò, seduto sotto una quercia di quella che era ormai diventata la sua casa in Texas, con un maglione pesante addosso nonostante il clima mite e il volto segnato dalla malattia -2-3.
La diagnosi risaliva al 2023, un cancro al colon scoperto nel corso di quella che doveva essere una colonscopia di routine, ma l’attesa a rendere pubblica la notizia fu lunga: novembre del 2024, quando ormai un tabloid stava per batterlo sul tempo e lui, da professionista navigato, decise di anticiparli parlando direttamente ai lettori di People -4-6. Da quel momento, i suoi canali social si trasformarono: non più soltanto le fotografie patinate dei tramonti sulla tenuta o i primi piani dei bambini intenti a giocare a football nel cortile, ma riflessioni a voce alta sul tempo che restava, sull’importanza di sottoporsi ai test di prevenzione e su quella che lui definiva la scivolosa china dei se -2. Se mi fossi fermato prima, se avessi dato più ascolto ai segnali, se il respiro che oggi mi manca lo avessi risparmiato. Domande alle quali nessuno, tantomeno un attore abituato a impersonare vite altrui, può dare risposta.
Il peso di un volto e la leggerezza ritrovata nel riderci sopra
Chi lo incrociò sul set di Non fidarti della str*** dell’interno 23* racconta che James, negli anni della maturità, avesse smesso di combattere contro il fantasma di Dawson Leery e avesse invece deciso di invitarlo a cena, ogni sera, sbeffeggiandolo bonariamente -8. La serie di Krysten Ritter, andata in onda per due stagioni a cavallo tra il 2012 e il 2013, funzionò per lui come una sorta di psicoanalisi pubblica: interpretare una versione narcisista e vagamente patetica di sé stesso, un attore finito che tenta di rimanere a galla tra provini inesistenti e improbabili linee di jeans con la targhetta sul fondello, gli consentì di smontare il meccanismo della nostalgia -5-8. In una delle puntate più celebri, il suo personaggio viene messo alle strette: deve decidere se partecipare o meno a una reunion di Dawson’s Creek. Alla fine, scoperto che i colleghi lo detestano per un regalo di fine serie mai saldato, si convince che forse è meglio guardare avanti. Peccato che la vita, a differenza della sceneggiatura, non abbia concesso un terzo atto.
La genesi di quella celebrità così ingombrante va cercata nel 1998, quando Kevin Williamson – fresco del successo di Scream – cercava il volto giusto per il suo adolescente cinefilo -8. Van der Beek aveva diciannove anni, una borsa di studio per la Drew University nel New Jersey e un passato da ragazzino di teatro cresciuto a Cheshire, in Connecticut, dove a tredici anni un infortunio al football lo aveva spinto a indossare la giacca di Danny Zuko in una produzione scolastica di Grease -1-7. Batté la concorrenza di Charlie Hunnam, Adrian Grenier e Jesse Tyler Ferguson, e si ritrovò dall’oggi al domani a non poter più fare la spesa senza che qualcuno lo fermasse nel corridoio dei cereali -5-8. La serie, lo si è scritto molto in queste ore, non era soltanto una storia di teenagers affacciati su un pontile del Massachusetts; era il tentativo – riuscito – di prendere sul serio il caos emotivo di chi ha sedici anni, senza ridurlo a macchietta o a lezione di buoni costumi.
L’ultima primavera che non è arrivata e le parole sospese
Il 16 gennaio, a meno di un mese dalla fine, James van der Beek pubblicò un messaggio che oggi assume i contorni di una tragica premonizione. Seduto, avvolto in un maglione pesante nonostante il clima texano, spiegò che le buone intenzioni di gennaio sono una trappola: il momento per celebrare i nuovi inizi è quando i fiori sbocciano, la primavera è il vero tempo del rinnovamento -3. Disse che quell’inverno sarebbe servito a riposarsi, a recuperare, a rimandare ogni proposito a marzo inoltrata. Fu il suo congedo, anche se nessuno, ascoltandolo, avrebbe voluto interpretarlo in quel modo. Alcuni giorni prima, il 26 gennaio, aveva pubblicato una fotografia che ritraeva suo padre e una delle figlie, nati lo stesso giorno a distanza di molti decenni; era stata la sua ultima riflessione scritta, l’ultima volta che aveva affidato al digitale un pezzo della sua vita -4.
A settembre, intanto, c’era stata la reunion al Richard Rodgers Theatre di New York. Lui avrebbe dovuto essere lì, sul palco, per la lettura benefica del pilot a favore dell’associazione F Cancer e per sostenere anche le proprie spese mediche, che nel frattempo si erano rivelate enormi -3. Ma un virus intestinale, reso più violento dalle cure, lo costrinse a letto. Proiettarono la sua immagine su uno schermo, con il berretto calato sugli occhi e la voce affaticata, mentre Lin-Manuel Miranda ne leggeva le battute dal proscenio -1-7. Si scusò, ringraziò, disse che non riusciva a credere di non poter abbracciare i suoi compagni. Joshua Jackson, Katie Holmes, Michelle Williams e Busy Philipps erano lì, a poche decine di metri da quel volto registrato, e nessuno sapeva che sarebbe stata l’ultima occasione collettiva.
Il lascito di un attore che non voleva fare l’eroe
Nel 2024, Van der Beek era tornato alla Drew University, quella stessa università che aveva abbandonato quando la carriera bussò troppo forte, per ricevere una laurea honoris causa -1-7. La rettrice Hilary Link, nel conferirgli il riconoscimento, citò una delle battute più celebri di Dawson Leery: L’effimero passa, ma il cuore resta per sempre. Lui, quel cuore, lo aveva messo in ogni cosa: nei provini fatti con la voce rotta dall’ansia, nei video in cui insegnava ai suoi follower come meditare all’aperto, nel ruolo del serial killer in Criminal Minds che considerava una svolta spirituale prima ancora che professionale, nella partecipazione a Ballando con le stelle – quinto posto, semifinalista – dove aveva scoperto che ridere di sé stessi era l’unica forma seria di rispetto -2-5-7.
La sua filmografia conta una settantina di crediti, molti dei quali minori, eppure l’immagine che resta non è quella di Mox in Varsity Blues mentre urla Non voglio la tua vita al padre-padrone, né quella del produttore discografico nella mockumentary What Would Diplo Do? -1-4. È, paradossalmente, la GIF che lo ha perseguitato per vent’anni: Dawson in lacrime, alla fine della terza stagione, il vento tra i capelli e la consapevolezza che la ragazza che ama ha scelto un altro. Quel pianto non era in copione, ha sempre sostenuto; successe e basta, in un pomeriggio di riprese, e rimase lì a testimoniare che la recitazione, quando è autentica, non ha bisogno di parole scritte da altri -2-7. Lui stesso la ricreò nel 2011 per Funny or Die, restituendole nuova vita e, finalmente, un senso compiuto.
I colleghi, nelle ultime ore, hanno riempito lo spazio digitale di aggettivi. Sarah Michelle Gellar ha parlato di perdita immensa; Katharine McPhee Foster ha scritto notizia devastante; Benito Skinner, che lo aveva diretto nella serie Overcompensating, lo ha ricordato come un uomo che negli intervalli mostrava le fotografie dei figli a tutta la troupe -1-9. Stacy Keibler, l’amica che gli è stata accanto fino all’ultimo respiro, ha pubblicato una fotografia in bianco e nero che li ritrae insieme, l’attore in sedia a rotelle ma con il sorriso intatto, e ha aggiunto: mi hai insegnato che il tempo è sacro, e quando lo sai non sprechi neanche un respiro -9. Katie Holmes, infine, Joey Potter per sei stagioni, ha scelto la forma della lettera aperta per dirgli grazie. Ha scritto di risate, di conversazioni sulla vita, delle canzoni di James Taylor ascoltate insieme, dell’adolescenza unica che avevano condiviso davanti a una macchina da presa -10.
Non ci sarà una primavera per i suoi propositi, ma i fiori, intanto, sono spuntati lo stesso.




