Garlasco, il Ris sulle provette distrutte: «Nessuna regola violata»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Ris di Parma sostiene che le provette legate al caso Garlasco siano state distrutte seguendo le procedure previste e senza violare alcuna regola. La ricostruzione è arrivata nell'ambito degli approfondimenti chiesti dalla Procura di Pavia sulla sorte di alcuni materiali prodotti durante le analisi genetiche svolte per l'omicidio di Chiara Poggi. Il punto centrale riguarda la natura di quelle provette: per il Reparto investigazioni scientifiche non si trattava dei reperti originari, ma di eluiti, cioè intermedi di lavorazione ottenuti durante le procedure di estrazione e analisi del Dna.

Le provette di “33dattilo”, “97F” e delle unghie

Gli accertamenti si sono concentrati sugli eluiti ricavati da tre gruppi di materiali: il reperto denominato “33dattilo”, il “97F”, collegato all'intonaco della cosiddetta impronta 33, e i frammenti prelevati dalle unghie della vittima. La distinzione tecnica indicata dal Ris è decisiva per comprendere la procedura adottata. Un reperto giudiziario conserva infatti una propria identità nell'ambito del procedimento, mentre l'eluito viene prodotto in laboratorio nel corso della lavorazione del campione e, secondo la ricostruzione fornita dal reparto, non è sottoposto alle stesse modalità di conservazione del materiale originario.

Gli intermedi relativi all'omicidio erano stati conservati per anni. Quelli al centro dell'attuale verifica risultano depositati il 20 dicembre 2011 in un freezer dedicato all'interno di un locale protetto da sistemi di accesso biometrici. La loro eliminazione non sarebbe avvenuta singolarmente, ma nell'ambito di uno smaltimento collettivo insieme a provette appartenenti ad altri procedimenti penali. Il Ris colloca l'operazione indicativamente al 15 settembre 2016, quando il procedimento nei confronti di Alberto Stasi aveva già raggiunto una sentenza definitiva.

Lo smaltimento dopo la condanna definitiva di Stasi

La scansione temporale è uno degli elementi messi in evidenza nella risposta trasmessa agli inquirenti. La Cassazione aveva pronunciato la condanna definitiva di Stasi il 12 dicembre 2015, mentre la distruzione degli intermedi di laboratorio viene collocata circa nove mesi più tardi. Il reparto richiama anche l'entrata in vigore del decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 2016, numero 87, nel ricostruire il quadro in cui maturò lo smaltimento. Da qui la posizione espressa dagli investigatori scientifici: per quei materiali non sarebbe stata necessaria un'autorizzazione analoga a quella richiesta per la distruzione di un reperto giudiziario vero e proprio.

La questione si inserisce negli approfondimenti disposti dalla Procura pavese sulle attività scientifiche compiute durante le indagini iniziate nel 2007. I magistrati hanno acquisito documentazione riguardante anche dati grezzi e fotografie delle analisi, mentre la difesa del condannato aveva chiesto chiarimenti specifici sul destino degli intermedi ottenuti dai campioni. Nella documentazione del Ris viene inoltre ricostruito il consumo dei prelievi di intonaco e dei frammenti ungueali durante gli esami: secondo la versione fornita dal reparto, il materiale originario utilizzabile sarebbe stato impiegato nel corso degli accertamenti eseguiti all'epoca.

Gli altri accertamenti sulle analisi del 2007

L'attenzione degli inquirenti non riguarda soltanto lo smaltimento. Un altro filone riguarda gli esami effettuati sui pedali della bicicletta di Stasi nel settembre 2007. Un primo accertamento aveva restituito un profilo attribuito allora a Chiara Poggi, mentre il giorno successivo furono effettuate due ulteriori corse elettroforetiche sul medesimo campione con esito negativo. La Procura ha accertato che di queste ultime analisi non risulta traccia negli atti del procedimento e del processo celebrato nei confronti dell'ex fidanzato della vittima.

L'allora esperto del reparto Alberto Marino, sentito dai pubblici ministeri il 10 settembre 2026, ha riferito di presumere di avere comunicato l'esito anche all'allora comandante Luciano Garofano e di non poter escludere che le corse negative fossero state mostrate ai consulenti dell'indagato. La Procura ha invece rilevato l'assenza della relativa documentazione nei fascicoli processuali. Gli accertamenti compiuti oggi distinguono quindi due questioni differenti: da una parte la conservazione e successiva eliminazione degli intermedi di laboratorio, dall'altra la tracciabilità degli esiti prodotti nel corso delle analisi genetiche originarie.

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