Garlasco, Luongo: «Se la magistratura accerterà irregolarità, l'Arma collaborerà»
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Redazione Interno
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Il comandante generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, è intervenuto sul caso di Garlasco con parole che non lasciano margini. Intervistato dal Tg1, ha spiegato che «se la magistratura accerterà irregolarità o responsabilità individuali del passato, la risposta dell'Arma sarà di totale collaborazione e di massima trasparenza e anche di assoluta fermezza».
Nel corso dell'intervista ha aggiunto un concetto che suona come una linea di confine: «Eventuali errori o condotte illecite di singoli non devono intaccare l'onorabilità di migliaia di carabinieri né del valore del Ris», perché la tutela della legalità «viene prima di ogni cosa».
La relazione mai depositata su Stasi
Uno degli elementi più controversi emersi nelle ultime settimane riguarda un documento di tredici pagine, privo di data e di firma autografa, che descriverebbe la personalità di Alberto Stasi. Il testo, articolato in diciassette punti, utilizza espressioni come «calcolatore», «molto centrato su di sé» e «manipolatore», arrivando a parlare di una presunta «indifferenza estrema nei confronti della vittima».
La valutazione sarebbe stata elaborata partendo dai verbali resi dall'allora fidanzato di Chiara Poggi nell'agosto del 2007, ma non risulta che fosse stata richiesta dalla Procura di Vigevano né che sia mai entrata formalmente negli atti del procedimento.
A rendere la vicenda ancora più intricata è la posizione della criminologa il cui nome compare nell'intestazione del documento. Alessandra Bramante ha dichiarato alla trasmissione «Ore 14» su Rai 2 di non aver mai redatto alcun profilo su Stasi: «Non ho mai fatto nessun profilo, se faccio relazioni metto data e firma». Resta quindi da chiarire chi abbia materialmente scritto quelle pagine e in quale contesto siano state prodotte. Il documento è stato acquisito dalla Procura di Pavia lo scorso 10 settembre attraverso un ordine di esibizione al Ris di Parma.
Il destino degli eluiti e le accuse sulla loro distruzione
Un altro fronte caldo riguarda le soluzioni liquide ricavate da tracce e reperti, i cosiddetti eluiti. Secondo quanto emerso dalle carte dell'inchiesta, il loro smaltimento sarebbe stato disposto dall'allora colonnello Marino del Ris di Parma nel maggio 2016, quindi prima che l'autorità giudiziaria desse l'autorizzazione, arrivata soltanto nel febbraio 2022. Nel 2007 era stato lo stesso Ris a mettere a verbale che tutti gli eluiti sarebbero stati conservati e messi a disposizione dell'autorità giudiziaria, cosa che secondo la ricostruzione non sarebbe poi avvenuta.
La replica del Ris di Parma, contenuta in un documento firmato dal colonnello Matteo Donghi e datato novembre 2025, offre una ricostruzione diversa. Secondo quel testo, gli eluiti relativi all'omicidio Poggi vennero depositati il 20 dicembre 2011 all'interno di un freezer dedicato, in un locale protetto da lettori biometrici. Il loro smaltimento sarebbe avvenuto nella seconda metà di settembre 2016, quindi dopo la sentenza definitiva di condanna emessa dalla Cassazione il 12 dicembre 2015.
Il Ris precisa inoltre che si trattò di uno «smaltimento collettivo», effettuato unitamente alle provette di altri procedimenti penali e senza redigere uno specifico verbale, trattandosi di intermedi di lavorazione non assimilabili a reperti giudiziari.
Le controanalisi sui pedali e il nuovo elemento della difesa
Sul fronte delle analisi genetiche, la difesa di Stasi ha sollevato il caso delle controanalisi sui pedali della bicicletta. Dopo un primo esame che aveva individuato materiale genetico riconducibile a Chiara Poggi, vennero effettuate ulteriori analisi con esito negativo che, secondo la Procura, non sarebbero state comunicate agli inquirenti dell'epoca. L'avvocata Giada Bocellari ha annunciato che la difesa ha pronti altri elementi, uno dei quali «farà particolare scalpore», precisando che non riguarda le indagini del 2007 e non è una consulenza tecnica.
Si tratterebbe, secondo le ipotesi circolate, di una nuova prova che inciderebbe in maniera determinante su un punto particolare della sentenza di condanna.
La posizione di Sempio e le distanze della famiglia Poggi
Andrea Sempio, indagato per l'omicidio, ha respinto gli elementi raccolti dalla Procura di Pavia nel corso di un'intervista a «Quarto Grado». Sull'impronta 33, l'orma del palmo trovata sul muro delle scale che conducono alla cantina, ha sostenuto che «non è attribuibile a me, ma non è attribuibile a nessuno in generale», ricordando che all'epoca calzava scarpe numero 44. Sul presunto movente ossessivo ha replicato: «Ci sono tre chiamate che se le metti assieme non arrivano forse neanche a trenta secondi. Non mi sembra una grande operazione di stalking».
Ha anche escluso di aver mai visto i filmati intimi della vittima, dicendo di averne saputo soltanto attraverso i media.
I genitori di Chiara Poggi, Giuseppe Poggi e Rita Preda, sono intervenuti a «Verissimo» su Canale 5 per ribadire la loro posizione. «Per noi vale quello che ci ha detto la sentenza dello Stato italiano», ha dichiarato il padre, spiegando che la famiglia ha affrontato cinque processi durati otto anni. «Se la giustizia ci darà un altro colpevole ne prenderemo atto», ha aggiunto la madre, precisando tuttavia che non intendono intestardirsi.
I due hanno anche denunciato la pressione mediatica che subiscono da un anno e mezzo e la diffusione delle intercettazioni delle telefonate con il figlio Marco, definendosi «umiliati» per quella pubblicazione.
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