Il tabto dell’undicesimo giorno: tra i raid incrociati e il silenzio del nuovo leader, l’Iran moltiplica gli attacchi nel Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   All’undicesimo giorno di un conflitto che ha già provocato migliaia di vittime, la risposta militare di Israele e Stati Uniti si è fatta più serrata, con il Pentagono che ha annunciato quella che ha definito come la “più intensa” serie di bombardamenti dall’inizio delle ostilità. Gli attacchi, concentrati su Teheran e Beirut, rappresentano un’escalation nella strategia già muscolare dell’amministrazione Trump, la quale, come ha ribadito il segretario alla Difesa Pete Hegseth, non sembra intenzionata a cercare un cessate il fuoco. Sul terreno, le incursioni israeliane hanno colpito duramente la periferia sud della capitale libanese e la valle della Bekaa, roccaforti di Hezbollah, mentre le difese aeree di Kuwait, Qatar e Arabia Saudita sono state impegnate a intercettare droni e missili lanciati dall’Iran. In questo quadro di violenza diffusa, le acque del Golfo sono diventate un altro fronte caldo: il delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha rivendicato attacchi contro navi cargo e siti petroliferi, con l’obiettivo dichiarato di bloccare le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per gli equilibri energetici globali. La conseguenza immediata di queste azioni è stata l’ennesima impennata del prezzo del Brent, che ha superato la soglia dei novantuno dollari al barile, alimentando ulteriori preoccupazioni sui mercati internazionali già nervosi.

Il mistero della Guida suprema: le condizioni di Mojtaba Khamenei tra voci e smentite

Mentre i raid scuotono il Paese, a Teheran si infittisce il mistero sulle sorti della nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, il figlio dell’ayatollah Ali, la cui morte nei bombardamenti del 28 febbraio aveva aperto una fase di successione lampo. Fonti stampa internazionali, tra cui il New York Times, riportano che il cinquantaseienne sarebbe rimasto ferito durante gli stessi attacchi che hanno ucciso il padre, la madre, la moglie e un figlio. Secondo alcune ricostruzioni, le ferite riportate sarebbero gravi e avrebbero comportato persino l’amputazione di una gamba. A dar credito a queste indiscrezioni è stata la stessa televisione di Stato iraniana, che nel presentare il nuovo leader lo ha definito con un termine, janbaz, che significa “ferito in guerra” – un’espressione che, sebbene non dettagli la natura del danno fisico, confermerebbe indirettamente che l’attuale Guida non è uscita indenne dall’offensiva iniziale. Dall’inizio del conflitto, Mojtaba Khamenei non è mai apparso in pubblico né ha diffuso messaggi video o discorsi ufficiali, alimentando inevitabilmente le speculazioni sul suo reale stato di salute.

A gettare ulteriore ombra sulla vicenda ci hanno pensato alcune dichiarazioni ufficiose. Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano e consigliere del governo, è intervenuto sulla piattaforma Telegram per rassicurare circa le condizioni del nuovo ayatollah. “Ho chiesto ad alcuni amici che avevano contatti con lui – ha scritto – e mi hanno detto che, grazie a Dio, sta bene”. Una precisazione che, lungi dal fugare i dubbi, ha sollevato interrogativi sulla necessità di dover smentire voci tanto insistenti. Il silenzio del nuovo leader, però, potrebbe non essere dettato solo da problemi fisici, ma anche da una precisa strategia di sopravvivenza: considerato un obiettivo primario da Israele, e con il presidente Trump che in più occasioni non ha escluso azioni mirate nei suoi confronti, l’assenza dalla scena pubblica potrebbe rappresentare l’unica garanzia per evitare di essere localizzato e colpito in un nuovo raid.

La risposta di Teheran e la crisi energetica globale

Di fronte all’offensiva nemica, la Repubblica Islamica ha reagito moltiplicando i propri attacchi su più fronti. Nelle ultime ore, l’Iran ha rivendicato il lancio di missili contro basi statunitensi in Qatar, Kuwait e Iraq, mentre droni sono stati impiegati per colpire obiettivi negli Emirati Arabi Uniti, causando anche alcuni feriti nell’area dell’aeroporto di Dubai. La strategia di Teheran appare chiara: allargare il conflitto ad altri attori regionali per dissuadere ulteriori offensive e al contempo colpire gli interessi energetici dei nemici. L’attacco a un giacimento petrolifero in Arabia Saudita e il ripetuto blocco de facto delle petroliere nello Stretto di Hormuz rappresentano i cardini di questa dottrina. L’obiettivo è quello di esercitare una pressione economica insostenibile per l’Occidente, sfruttando l’arma del petrolio come leva geopolitica. Le conseguenze sui prezzi sono state immediate e violente: il greggio di riferimento ha visto un’impennata che ha riportato i valori ai massimi degli ultimi anni, costringendo le agenzie internazionali per l’energia a valutare il rilascio straordinario delle riserve strategiche per calmierare i mercati.

Il bilancio umano e la natura dell’offensiva

Parallelamente alla crisi energetica, il costo in termini di vite umane continua a salire inesorabilmente. Oltre ai 1.300 morti registrati in Iran nelle prime fasi, vanno conteggiate le vittime in Libano, dove l’esercito israeliano ha intensificato le operazioni di terra e i raid aerei. Il ministero della Sanità libanese ha denunciato la morte di civili, inclusi soccorritori della Croce Rossa, colpiti mentre erano impegnati in operazioni di salvataggio in zone di conflitto. Da parte sua, il Pentagono ha rivendicato l’efficacia della propria campagna, affermando di aver colpito oltre cinquemila obiettivi e distrutto decine di navi iraniane. Il generale Caine, capo di Stato Maggiore congiunto, ha voluto sottolineare come la resistenza iraniana, pur rispettabile, rientri pienamente nelle previsioni belliche americane, non rappresentando una sorpresa tattica. Una precisazione che serve a marcare la determinazione dell’esecutivo di Trump nel portare avanti l’offensiva fino al raggiungimento degli obiettivi prefissati, in un conflitto che mostra sempre più i connotati di una guerra regionale totale.

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