Il caso Garlasco e quell’ombra mediatica: la procura generale di Milano studierà le carte

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Passa per la scrivania della procuratrice generale Francesca Nanni – lei che, non si dimentichi, fu l’artefice della riapertura del caso di Beniamino Zuncheddu, l’uomo ingiustamente detenuto per trent’anni – l’intero destino giudiziario di Alberto Stasi, l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco nell’agosto del 2007. Al terzo piano del Palazzo di Giustizia di Milano si gioca una partita delicatissima, perché è proprio l’ufficio guidato dalla Nanni, insieme con l’Avvocatura Generale affidata a Lucilla Tontodonati, a dover valutare gli atti che la procura di Pavia invierà nelle prossime settimane. La posta in gioco è altissima: una volta che i fascicoli arriveranno (salvo improbabili dietrofront dell’ufficio guidato da Fabio Napoleone), si tratterà di stabilire se esistano i presupposti per chiedere la revisione del processo, una procedura eccezionale che potrebbe finalmente riscrivere una verità giudiziaria data per assodata dopo anni di battaglie in aula. La stessa Nanni, interpellata al termine del vertice odierno, ha parlato chiaro: "Non sarà uno studio né veloce, né facile".

L’ombra di una nuova verità tecnica e le pressioni del sistema mediatico

Le nuove indagini, quelle che hanno portato alla ribalta il nome di Andrea Sempio (giovane amico del fratello della vittima, finito sotto la lente per il ritrovamento del suo Dna), sembrano aver scardinato la struttura portante della condanna. Secondo le prime ricostruzioni, che trapelano dagli ambienti investigativi, i nuovi accertamenti scientifici e informatici non solo metterebbero in discussione la dinamica, ma collocherebbero Alberto Stasi fisicamente lontano dalla scena del crimine nell’orario esatto in cui Chiara veniva uccisa. È in questo vortice di elementi "in contrasto" con le sentenze definitive che matura la possibilità di una istanza di revisione, che potrebbe arrivare su sollecitazione degli stessi pm pavesi. Tuttavia, mentre il dibattito si concentra sulle prove, un fronte parallelo si è aperto nel palazzo di giustizia milanese, riguardante il delicato rapporto tra informazione e inchiesta. È stato depositato il 23 aprile, come confermato da uno studio legale romano, un esposto dettagliato che punta il dito contro presunte interferenze mediatiche: materiali audio e fotografie sarebbero stati portati all’attenzione della procura generale per documentare come Antonio De Rensis, legale di Stasi, e Alessandro De Giuseppe, inviato de "Le Iene", avrebbero tentato di orientare i contenuti televisivi e, di riflesso, l’opinione pubblica.

La reazione del difensore e il "ring" della comunicazione

A firmare l’esposto, secondo quanto si legge nelle carte visionate dagli inquirenti e riportato dagli organi di stampa, sarebbe Chiara Ingrosso, ex inviata della trasmissione "Far West": nel mirino finiscono le chat, i vocali e le presunte strategie comunicative che, secondo la denuncia, avrebbero tentato di "dare la linea" alle attività investigative in un caso dall’eccezionale esposizione mediatica. Una circostanza, questa, che getta una luce sinistra sul delicato confine tra il diritto di cronaca, la ricerca della notizia e la possibile strumentalizzazione del dolore. La risposta di De Rensis non si è fatta attendere; ospite in televisione, non ha usato mezzi termini, bollando l’operazione come "spazzatura" e rigettando con forza l’accusa di voler manipolare l’informazione nazionale. Il legale ha anzi rovesciato la prospettiva, arrivando a evocare un "pressing anomalo" da parte di una giornalista (che da lui ha cenato a Milano a fine gennaio), preannunciando battaglie legali imminenti: "Non mi dedicherò soltanto alla giornalista, ma andrò a scavare più a fondo".

Un intreccio fitto di gialli e il peso delle indagini in corso

L’effervescenza investigativa sul caso Garlasco, però, non vive isolata. Il palinsesto della cronaca giudiziaria italiana è affollato in queste settimane da delitti dai contorni altrettanto torbidi. Si attende con ansia il seguito della vicenda di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, la madre e la figlia di 15 anni morte in Molise dopo le festività natalizie, un caso che ha virato in modo drammatico verso l’ipotesi del duplice omicidio: le analisi del centro antiveleni di Pavia hanno infatti confermato la presenza di ricina nei loro corpi, una sostanza mortale che esclude l’ipotesi dell’incidente alimentare, mentre gli inquirenti stanno scandagliando il cellulare della figlia sopravvissuta, Alice, alla ricerca di messaggi o ricerche sul web che possano spiegare come il veleno sia finito sulle loro tavole. Senza dimenticare il risvolto inquietante della profanazione della tomba di Pamela Genini, la modella uccisa dall’ex compagno, il cui è stato trovato decapitato nel cimitero di Strozza: un’operazione, dicono gli investigatori, che ha richiesto tempo e almeno tre o quattro persone, quasi un messaggio lugubre che arriva dall’aldilà.

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