Salute del cuore a rischio per chi va a dormire tardi, lo confermano gli studi
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Redazione Salute
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La scienza, in un crescendo di ricerche sempre più solide, sta delineando un quadro in cui l’orario in cui si sceglie di spegnere le luci non è un dettaglio irrilevante della routine quotidiana, bensì un fattore con un peso specifico e misurabile sul benessere del sistema cardiovascolare. Andare a letto regolarmente nelle ore piccole, una tendenza spesso ascritta al cosiddetto cronotipo serale o, in termini più colloquiali, all’essere un “gufo”, si sta dimostrando un’abitudine collegata a rischi concreti, che vanno ben al di là della semplice sonnolenza mattutina. Le indagini epidemiologiche più recenti, condotte su campioni di popolazione vastissimi e pubblicate su riviste autorevoli, convergono nel sottolineare questa associazione, offrendo numeri che meritano attenzione.
I dati che emergono dalle analisi su larga scala
Uno studio apparso sull’European Heart Journal, che ha esaminato le abitudini di oltre ottantottomila persone, ha quantificato con precisione l’impatto di uno slittamento dell’orario di addormentamento. Ritardare anche solo di un’ora il momento di coricarsi, infatti, comporta un aumento del venticinque per cento nel rischio di sviluppare malattie a carico di cuore e vasi sanguigni; un incremento che, come evidenziato dagli scienziati, si manifesta indipendentemente dalla durata totale del sonno, suggerendo quindi che il “quando” si dorme ha un’importanza autonoma rispetto al “quanto”. Parallelamente, un’altra approfondita analisi, questa volta pubblicata sul Journal of the American Heart Association e basata sulle informazioni della UK Biobank, ha coinvolto una platea di centinaia di migliaia di adulti, fornendo stime ancora più marcate per chi ha una spiccata preferenza serale.
Il confronto tra i diversi ritmi biologici
Da questa mole di dati, che gli esperti del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School hanno setacciato, emerge che coloro i quali sono naturalmente portati a vivere di notte vedono salire di ben il settantanove per cento la probabilità di avere una salute cardiovascolare definita come “cattiva” se paragonati a individui con ritmi più regolari e intermedi. La differenza, d’altronde, non si esaurisce in una classificazione di rischio generica, ma si traduce in pericoli specifici e gravi: il pericolo di incorrere in un evento acuto come un infarto o un ictus, per i nottambuli, risulta superiore del sedici per cento rispetto a chi invece, seguendo ritmi più convenzionali o mattutini, si sveglia all’alba pieno di energia. Una discrepanza che, come osservano alcuni ricercatori, sembra colpire in misura particolare le donne, esponendole a un’ulteriore vulnerabilità.
Le implicazioni per la salute pubblica
Queste evidenze, dunque, spostano la discussione dal piano delle semplici preferenze personali a quello della salute pubblica, indicando che il cronotipo, sebbene in parte radicato nella genetica di ognuno, non può essere considerato un tratto innocuo. La tendenza a posticipare il sonno, spesso sostenuta anche dagli impegni sociali e lavorativi di una società attiva ventiquattr’ore su ventiquattro, si rivela dunque un elemento da monitorare, poiché il suo persistere nel tempo può logorare l’apparato circolatorio in modi finora sottostimati. Il messaggio che la comunità scientifica sta cercando di veicolare, pertanto, non riguarda solo la necessità di dormire un numero sufficiente di ore, ma invita a considerare con maggiore serietà anche la regolarità e la tempistica di quel riposo, due fattori che, se trascurati, potrebbero lasciare un segno profondo e duraturo sull’organismo.




