Lo sgombero del Leoncavallo, un pezzo di storia di Milano che cerca una nuova casa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   In un’afosa giornata di agosto, l’intervento delle forze dell’ordine ha portato allo sgombero della sede storica del centro sociale Leoncavallo, in via Watteau, un evento che ha scosso una fetta consistente della città meneghina. L’operazione, anticipata rispetto alla scadenza del 9 settembre prevista dal calendario giudiziario, ha di fatto chiuso forzatamente un capitolo durato trentun anni, ovvero da quando, nel lontano 1994, l’esperienza – nata in un’altra zona della metropoli – si era trasferita in quell’immobile. Le valutazioni sull’accaduto, come spesso succede in simili frangenti, sono diametralmente opposte: da un lato emerge la questione legale dell’occupazione abusiva, che rendeva l’esecuzione dello sfratto un atto dovuto; dall’altro, si staglia l’imponente eredità culturale e sociale di un luogo che ha indubbiamente segnato la vita cittadina.

Proprio sulla natura della vicenda si è espresso don Antonio Mazzi, figura storica del welfare milanese, il quale ha ricordato come il Leoncavallo esistesse già quarant’anni fa, all’alba della sua esperienza con Exodus. Ciò che lascia perplesso il sacerdote è come «un fatto relativamente piccolo» sia stato ingigantito fino a diventare un problema di «proporzioni astronomiche», aggiungendo, con una punta di rammarico, che una soluzione pacifica si sarebbe potuta e dovuta trovare già tre decenni fa. Un periodo, il 1994, che lui stesso ricorda come ben più carico di tensioni sociali rispetto all’attuale clima.

Dalle dichiarazioni di Marina Boer, portavoce del centro, traspare invece la consapevolezza di una sconfitta, sebbene non venga meno la determinazione a proseguire il cammino. Ha definito lo sgombero una «scelta politica», sottolineando come, pur in un contesto mutato che rende tutto più complicato, l’esperienza del Leoncavallo non si esaurisca certo con la perdita di una sede fisica. La volontà di essere un luogo di confronto e di idee, seppur privata del suo spazio tradizionale, rimane intatta e si appresta a cercare nuove strade, come dimostra l’appuntamento a settembre per una manifestazione di protesta già annunciata.

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