L’esultanza di Dimarco, la sfida di Zenica e il peso di un processo: la Bosnia aspetta l’Italia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un’immagine che rischia di pesare più di qualsiasi schema tattico alla vigilia di Bosnia-Italia, e non è certo un caso che Federico Dimarco abbia scelto di intervenire direttamente dal ritiro di Coverciano per spegnere un incendio mediatico divampato nel modo più stupido possibile, ovvero davanti alle telecamere della Rai. Il filmato, ormai virale, lo ritrae insieme ad altri compagni mentre segue la sequenza dei rigori tra Galles e Bosnia; quando il passaggio del turno dei bosniaci è diventato matematico – complice l’errore decisivo dal dischetto degli avversari – la gioia istintiva dei nostri calciatori è stata inequivocabile, quasi liberatoria. Una scena che in pochi minuti ha fatto il giro del web, alimentando un polverone di polemiche proprio alla vigilia della sfida più delicata degli ultimi anni.

«Nessuna arroganza, siamo persone perbene»

La versione del laterale dell’Inter è netta e, nel suo stile, priva di fronzoli: «Non ho mai mancato di rispetto a nessun club e ancor meno a nessuna Nazionale. La mia è stata un’esultanza istintiva, eravamo tra compagni e amici». Parole pronunciate per spegnere un fuoco che lui stesso definisce paradossale, considerato il recente passato degli azzurri. «Ho sentito dare degli arroganti a me e ai miei compagni – ha proseguito – ma con quale diritto dovremmo esserlo, visto che manchiamo dalla qualificazioni da due Mondiali?». Dimarco, va detto, ha avuto la prontezza di chiarire un altro dettaglio non secondario: ha scritto subito a Edin Dzeko – suo ex compagno all’Inter – per fargli i complimenti, ricevendo un messaggio che sa di sfida garbata ma ferma: «Che vinca il migliore». Non è bastato a placare gli animi, specie in Bosnia dove Miralem Pjanic, vecchia conoscenza della nostra Serie A, ha già parlato apertamente di un’atmosfera da rendere "infernale" per gli ospiti.

Il campo, i favori del pronostico e l’analisi di Evani

Se il polverone sollevato dall’esultanza rischia di distrarre, sul piano tecnico la musica sembra essere un’altra, perlomeno a giudicare dalle parole di Alberico Evani. Il vicecampione del mondo del 1994, che da vice di Mancini ha già vissuto l’esperienza di Zenica nel 2019 (vittoria per 3-0), ha provato a mettere un po’ di ordine nel caos: «L’ambiente sarà caldo, lo stadio è piccolo e la spinta del pubblico si sente. Però i tifosi non giocano, e credo che la maggiore qualità dell’Italia possa fare la differenza». Evani, interpellato proprio sulla bufera del momento, ha liquidato la questione con il realismo di chi il calcio lo mastica da una vita: «Può darsi ci fosse una piccola preferenza nell’evitare il Galles, e se uno spera che vinca una squadra, poi ci sta che reagisca. Non mi pare abbiano mancato di rispetto a nessuno. Del resto, anche i bosniaci avrebbero voluto incontrare l’Irlanda del Nord al posto nostro». Un assist, questo, che riporta la discussione dove dovrebbe stare: il rettangolo verde, dove la pressione è tutta sulle spalle di chi deve rompere un digiuno mondiale che dura ormai da due edizioni.

L’arma in più della Bosnia e quel processo che infiamma la vigilia

C’è un ultimo, inquietante, livello di lettura che trasforma questa gara in qualcosa di più di una semplice partita di calcio, e non ha nulla a che vedere con i tiri dal dischetto o con le presunte mancanze di rispetto. A Sarajevo, infatti, il clima è rovente non solo per lo sport: pende ancora la spada del processo ai cosiddetti "cecchini italiani" – quei militari accusati di pagare per sparare ai civili durante la guerra balcanica – e la sovrapposizione tra cronaca nera e sport rischia di creare una miscela esplosiva. Se a questo si aggiunge che la Bosnia ha già dimostrato di saper soffrire e vincere proprio ai rigori, come accaduto a Cardiff dove il portiere Vasilj (vero specialista dagli undici metri) ha neutralizzato un tiro pesantissimo, si capisce che la trasferta di Zenica non sarà una semplice gita fuori porta.

Gli azzurri, insomma, sono avvertiti: hanno innescato la reazione dell’avversario con una leggerezza pagata a caro prezzo sul piano della comunicazione, ma ora tocca a loro dimostrare che sul campo quelle polemiche valgono meno di zero. Dzeko e i suoi attendono, e il "Grbavica" si prepara a diventare una gabbia.

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