Solidarietà a Francesca Albanese dopo le sanzioni Usa, ma il governo italiano tace
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Redazione Esteri
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Mentre il mondo della cultura e della politica progressista si mobilita in sostegno di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi, il governo italiano mantiene un silenzio imbarazzante. Le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump – che includono il congelamento di eventuali beni negli Stati Uniti e il divieto di ingresso nel paese per lei e i suoi familiari – hanno scatenato reazioni contrastanti, ma Roma non ha ancora preso posizione.
La misura, annunciata dal Segretario di Stato Marco Rubio, accusa Albanese di aver condotto «una campagna politica ed economica» contro Washington e Israele, dopo la pubblicazione di un rapporto che denunciava il coinvolgimento di aziende, anche americane, in presunte violazioni dei diritti umani a Gaza. Se da un lato il Dipartimento di Stato la considera una minaccia, dall’altro oltre 120 mila persone hanno già firmato una petizione per candidarla al Nobel per la pace.
Non mancano, tuttavia, le critiche. Il governo israeliano ha diffuso un documento in cui contesta la sua imparzialità, sostenendo che avrebbe violato gli standard etici delle Nazioni Unite e mantenuto legami con «enti affiliati al terrorismo». Un’accusa grave, che Albanese ha respinto definendola «una strumentalizzazione politica». Intanto, a Roma, è apparso un murale dedicato a lei in via della Lungaretta, opera dell’artista Harry Greb, segno tangibile del sostegno che riceve dall’opinione pubblica.
Tra le voci più autorevoli a difenderla c’è quella di Josh Paul, ex funzionario del Dipartimento di Stato Usa, dimessosi nel 2023 in polemica con la politica americana su Gaza. «Queste sanzioni – ha dichiarato – dimostrano solo l’impunità di chi cerca di zittire chi denuncia abusi». Paul ha persino suggerito di spostare la sede dell’Onu fuori dagli Stati Uniti, vista l’ostilità verso chi, come Albanese, svolge il proprio mandato con indipendenza.




