Il rosso all’arbitro somalo, i controlli soffocanti a Iran, Senegal e Uzbekistan: è il Mondiale ai tempi di Trump
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Redazione Sport
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Non solo non potrà usare il fischietto come previsto, ma non potrà neppure avvicinarsi al territorio americano: nelle ultime ore Omar Abdulkadir Artan è diventato più celebre di Mbappé, quasi un simbolo del Mondiale nel tempo di Trump. Nominato miglior arbitro africano del 2025, sarebbe dovuto diventare il primo somalo della storia a dirigere una partita di Coppa del Mondo; non accadrà perché gli Stati Uniti gli hanno negato l’ingresso dopo l’arrivo a Miami, nonostante fosse in possesso di un visto valido.
La sua esclusione, ufficializzata dalla Fifa, si inserisce in un quadro più ampio di rigidità alle frontiere che sta caratterizzando l’avvio del torneo, gettando un’ombra sulle procedure di sicurezza adottate dall’amministrazione guidata da Donald Trump, ormai da più di un anno alla Casa Bianca.
Le undici ore di interrogatorio e il rimpatrio
La vicenda di Artan ha assunto i contorni di un dramma personale e professionale quando lo stesso arbitro, in un’intervista rilasciata al New York Times, ha ricostruito minuziosamente la sua odissea. Arrivato all’aeroporto di Miami su un volo proveniente da Istanbul, è stato sottoposto a un controllo supplementare che si è trasformato in un vero e proprio interrogatorio durato tutta la notte: circa undici ore durante le quali ha mostrato la documentazione Fifa e persino le foto della sua carriera, cercando invano di dimostrare la legittimità della sua presenza.
"Avevo i documenti giusti, avevo il visto giusto", ha dichiarato, raccontando di essere stato poi trasferito in una cella di detenzione separata prima di essere rispedito a Istanbul. Le domande, ha aggiunto, si sono concentrate sulla situazione politica in Somalia e sui legami con il gruppo terroristico Al Shabaab, quasi a voler trovare una giustificazione a un diniego che, ai suoi occhi, aveva una sola matrice: la sua nazionalità.
La posizione della Fifa e il muro dell’amministrazione
Di fronte a questo episodio, la Federazione internazionale ha assunto una posizione defilata, limitandosi a prendere atto della decisione sovrana degli Stati Uniti. In una nota ufficiale, la Fifa ha confermato l’impossibilità per Artan di arbitrare, specificando di non essere coinvolta "nelle procedure di immigrazione del Paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti" e ribadendo che, in linea con il passato, "è il Governo ospitante a decidere in ultima istanza chi riceve il visto e chi viene ammesso nel Paese".
Una presa di distanza che non ha placato le polemiche, alimentate ancor di più dalle dichiarazioni di Andrew Giuliani, il responsabile della task force della Casa Bianca per il Mondiale. Interpellato sulla vicenda, Giuliani ha difeso la scelta senza però fornire dettagli specifici: "Sebbene non possa entrare nei particolari, posso dirvi che è stata una decisione giusta, per una ragione molto valida", ha dichiarato, lasciando intendere che esistessero elementi di inammissibilità legati alla sicurezza senza però chiarirne la natura.
I precedenti di Iran, Senegal e Uzbekistan
Quella di Artan, lungi dall’essere un caso isolato, rappresenta solo la punta dell’iceberg di un approccio rigoroso che ha coinvolto diverse nazioni partecipanti. L’Iran, costretto a trasferire il proprio ritiro in Messico a Tijuana, ha dovuto fare i conti con il diniego dei visti per tredici membri tra personale tecnico e amministrativo, oltre che con restrizioni quasi insopportabili per la stampa al seguito.
Persino la nazionale del Senegal è stata sottoposta a controlli capillari: circolano sui social network video che mostrano i giocatori senegalesi sottoposti a una ricognizione approfondita con metal detector direttamente sul piazzale dell’aeroporto in Texas, mentre i calciatori dell’Uzbekistan, alla loro prima storica partecipazione a un Mondiale, sono stati accolti a New York da ispezioni con cani antidroga prima di una semplice partita amichevole contro l’Olanda.
Un trattamento differenziato rispetto ad altre delegazioni occidentali che ha alimentato la percezione di una doppia standard nella gestione della sicurezza.
In questo clima di sospetto e rigidità, il sogno mondiale di Omar Artan si è infranto contro gli ingranaggi di un apparato di frontiera che non fa sconti, neppure a chi, come lui, aveva ricevuto un riconoscimento ufficiale dalla Confederazione africana e portava con sé una valigia piena di medaglie e onorificenze.
La sua assenza, così come le perquisizioni subite dalle altre nazionali, restituiscono l’immagine di un’America blindata e guardinga, dove il fioretto dell’arbitro lascia improvvisamente il posto alla lama tagliente dei protocolli di sicurezza: un colore, il rosso, che stavolta non è stato mostrato sul campo, ma dietro le sbarre di una cella d’aeroporto.




