Mondiali 2026, perquisizioni, cani antidroga e quel visto negato all’arbitro somalo
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Redazione Sport
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Mancano ormai poche ore al calcio d’inizio del match inaugurale tra Messico e Sudafrica, ma a monopolizzare l’attenzione mediatica, complice anche la linea securitaria dettata dalla presidenza Trump, non è il clima da festa ma una serie di episodi che gettano un’ombra sull’accoglienza a stelle e strisce. Se da un lato le immagini dei calciatori sottoposti a controlli quasi umilianti fanno il giro del web, dall’altro c’è chi, come l’arbitro somalo Omar Artan, non ha nemmeno potuto varcare i confini degli Stati Uniti, nonostante un sogno infranto e i documenti in regola.
È un mondiale che parte male, quello del 2026, scavato dalle polemiche e dalla “mano dura” delle autorità americane nei confronti di giocatori, dirigenti e, nei casi più gravi, direttori di gara convocati dalla Fifa.
Controlli shock e cani antidroga: l’Uzbekistan di Cannavaro sotto torchio
A finire sotto i riflettori, suo malgrado, è stato l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro, il campione del mondo del 2006 che oggi siede sulla panchina della nazionale asiatica. La selezione, arrivata all’Icahn Stadium di New York per l’amichevole persa 2-1 contro l’Olanda, è stata letteralmente setacciata dalle forze di sicurezza.
Appena scesi dal pullman, ogni componente della delegazione, compreso l’ex capitano azzurro, è stato invitato a svuotare le tasche e a lasciare gli zaini a terra per una verifica minuziosa; a completare l’opera, alcune unità cinofile hanno ispezionato i bagagli ammassati sul manto stradale, un rituale che più che a un evento sportivo sembrava appartenere a un film di spionaggio.
“Mi hanno detto che è la regola, ma alla fine il controllo è stato fatto solo per noi”, avrebbe commentato poi Cannavaro ai margini del match, mostrando tutto il suo scetticismo per un trattamento a dir poco sproporzionato e che non è stato riservato nemmeno agli avversari olandesi.
L’arbitro somalo rimandato indietro e l’ira dell’Iran sui biglietti
Se le perquisizioni possono ancora rientrare in un’idea distorta di protocollo, il caso che ha scatenato la bufera politica riguarda il 34enne Omar Artan, considerato il miglior arbitro della confederazione africana nel 2025. Designato dalla Fifa per dirigere alcune gare, il fischietto somalo è atterrato a Miami pronto a realizzare “il sogno più grande della sua vita”, ma si è trovato di fronte a un muro di gomma.
Dopo un interrogatorio durato ben undici ore da parte degli agenti dell’immigrazione, e nonostante fosse in possesso di un passaporto diplomatico e di un visto regolarmente rilasciato la scorsa settimana, gli è stato negato l’ingresso e rispedito in Turchia. La Somalia, è bene ricordarlo, rientra tra i paesi colpiti dal “travel ban” voluto dall’amministrazione Trump, e la decisione è stata difesa con poche parole da Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force per i Mondiali, il quale ha parlato di “serie ragioni” senza però fornire alcun dettaglio.
Una sorte quasi simile è toccata alla stella dell’Iraq, Aymen Hussein, trattenuto per sette ore a Chicago, mentre la federazione iraniana ha alzato la voce denunciando la revoca ingiustificata dell’8% dei biglietti destinati ai propri tifosi, un’accusa che per ora è rimasta senza risposta ufficiale da parte degli organizzatori.
La guerra legale di Platini che sovrasta il fischio d’inizio
A complicare ulteriormente il clima di vigilia, poi, ci si mette anche la bufera giudiziaria che investe il presidente della Fifa, Gianni Infantino. A tre giorni dal via della manifestazione, l’ex fuoriclasse francese Michel Platini ha infatti presentato una denuncia penale per “calunnia” e “traffico di influenze” ai danni del suo vecchio braccio destro ai tempi dell’Uefa.
L’azione legale, depositata nei tribunali francesi, mira a riaprire le ferite del 2015, quando l’allora candidato alla presidenza della Fifa venne travolto da un’inchiesta su un presunto pagamento illecito di due milioni di franchi svizzeri; accuse per cui Platini è stato successivamente prosciolto, ma che gli costarono la squalifica e la rovinosa esclusione dalla corsa al potere.
Un attacco a muso duro, quello dell’ex numero 10, che arriva proprio mentre Infantino si appresta a condividere i riflettori della cerimonia inaugurale con i vertici politici americani, spostando l’attenzione dalla preparazione atletica alle aule di tribunale.




