Infantino e il caso dell’arbitro somalo: “Dispiaciuti, ma non possiamo controllare tutto”
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Redazione Sport
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CITTÀ DEL MESSICO. Alla vigilia del fischio d’inizio dei Mondiali 2026, quello che si preannunciava come un classico cerimoniale di presentazione si è trasformato in un palcoscenico di scuse meditate e rivendicazioni a muso duro per Gianni Infantino, il presidente della Fifa. Mentre il mondo del calcio si prepara alla partita inaugurale tra Messico e Sudafrica in programma giovedì 11 giugno allo stadio Azteca, il numero uno del calcio mondiale ha dovuto rispondere delle polemiche che hanno oscurato i riflettori sull’evento.
Il caso più spinoso riguarda l’arbitro somalo Omar Artan, al quale è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti nonostante fosse stato regolarmente designato per la competizione; un episodio che ha scatenato reazioni indignate in Somalia, dove il direttore di gara è stato accolto da una folla in delirio come un eroe nazionale, ma che Infantino ha cercato di ridimensionare con una certa dose di realismo istituzionale.
Un visto negato e il “rammarico” di chi non comanda sui governi
“È spiacevole quello che è successo a Omar”, ha dichiarato Infantino nel corso della conferenza stampa, utilizzando un tono che alternava la solidarietà personale a un netto scarico di responsabilità. La verità, secondo il presidente, è che la Fifa non può esercitare alcun controllo sulle decisioni sovrane delle autorità statunitensi: “Non possiamo controllare tutto”, ha ripetuto, quasi come un mantra difensivo, aggiungendo che a volte bisogna “calmarsi e rilassarsi” perché urlare contro le istituzioni sortirebbe solo l’effetto opposto a quello desiderato.
Con una frase che probabilmente farà discutere, Infantino ha voluto chiarire i limiti del suo potere: “Non siamo i re del mondo, non possiamo comandare sui governi e sulle forze di polizia, siamo solo un’organizzazione sportiva”.
Una posizione, la sua, che cerca di tracciare un confine netto tra il pallone e la politica migratoria dell’amministrazione Trump – la quale, stando a fonti ufficiali, avrebbe giudicato Artan “non idoneo all’ingresso” per presunti legami con individui sospettati di terrorismo – senza però offrire soluzioni concrete per evitare che simili intoppi si ripetano in futuro.
Il vanto Iran e la difesa dei biglietti: una strategia a doppio filo
Se da un lato Infantino ha mostrato rammarico per l’arbitro escluso, dall’altro ha sfoggiato una sicurezza quasi provocatoria nel rivendicare i successi della sua gestione, a partire dalla partecipazione dell’Iran al torneo nonostante le tensioni belliche con gli Stati Uniti.
“Siamo riusciti a portare l’Iran ai Mondiali, non so quanti altri ci sarebbero riusciti in queste circostanze”, ha affermato, trasformando un problema logistico enorme – la delegazione persiana costretta a stabilirsi in Messico per le restrizioni sui visti – in un trofeo personale di abilità diplomatica.
E sulle critiche relative al costo proibitivo dei tagliandi, che hanno toccato picchi proibitivi per la finale, il presidente della Fifa non ha arretrato di un millimetro, anzi: ha ribaltato la prospettiva accusando il mercato secondario (secondary ticketing) di alimentare la speculazione, sostenendo che prezzi ufficiali più bassi avrebbero solo favorito i bagarini.
Ha difeso la forbice tariffaria da 60 a 500 dollari definendola “la più bassa tra tutti gli sport americani nella fase dei playoff”, una giustificazione che, sebbene tecnicamente calibrata sui parametri del mercato statunitense, rischia di suonare come una presa in giro per le tasche dei tifosi globali.
Tra organizzazione e fatalismo: il mondiale delle scuse preventive
La conferenza stampa azteca ha rivelato una Fifa consapevole delle proprie fragilità operative in un Paese, gli Stati Uniti, le cui leggi sull’immigrazione restano una variabile imprevedibile anche per un evento pianificato da anni. L’invito a “fidarsi di noi” lanciato da Infantino suona quasi come un atto di fede necessario per sopravvivere alle contraddizioni di questa edizione, dove il calcio si scontra quotidianamente con la geopolitica e con i protocolli di sicurezza che hanno trasformato il respingimento di un arbitro in un caso internazionale.
Mentre i giocatori del Messico e del Sudafrica si scaldano per la prima gara, il presidente della Fifa ha insomma gettato le basi per un torneo in cui le scuse saranno probabilmente frequenti quanto i gol, avvertendo che non tutto ciò che va storto può essere ricondotto a una sua responsabilità diretta.




