Mondiali, Infantino sull’arbitro somalo: “Dispiace, ma non possiamo controllare tutto”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il “mondiale del villaggio globale” – quello che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di un calcio senza confini – si scontra con la dura realtà della “Golden America” di Donald Trump, dove l’ingresso è consentito solo a chi viene ritenuto “persona giusta” dalle autorità di frontiera.

L’esclusione dell’arbitro somalo Omar Artan, fermato per undici ore all’aeroporto di Miami prima di essere rimpatriato, rappresenta il primo vero caso diplomatico di questi Mondiali 2026 (il via è previsto per domani, giovedì 11 giugno, con la partita delle 21 tra Messico e Sudafrica), gettando un’ombra sulla narrazione di inclusività che la Fifa vorrebbe promuovere.

Il presidente Gianni Infantino, nella conferenza stampa di vigilia, ha rotto il silenzio definendo l’accaduto “un caso sfortunato”, invitando tutti a “rilassarsi” e precisando che non si può avere il controllo assoluto su ogni variabile geopolitica.

Il ritorno dell’eroe: la Somalia risponde al “no” di Washington

Mentre negli Stati Uniti si discuteva della sua esclusione – giustificata da fonti governative con generici “sospetti di legami con individui legati al terrorismo” e dalla presenza del paese nella lista dei soggetti a rischio – Omar Artan faceva ritorno a Mogadiscio, trasformando quella che poteva essere una sconfitta personale in un trionfo collettivo.

Decine di migliaia di persone hanno riempito lo stadio della capitale per acclamarlo, in un tripudio di bandiere e cori che hanno restituito alla vicenda un alone di riscatto nazionale; l’arbitro, eletto miglior direttore di gara africano nel 2025, era destinato a diventare il primo somalo a dirigere una partita del torneo iridato, un sogno infranto dalle barriere dell’immigrazione che però non ne hanno scalfito la statura di simbolo per le giovani generazioni del suo paese.

La strategia dei biglietti e la difesa della “linea dura”

Infantino, nel tentativo di arginare le critiche che arrivano anche da più fronti, ha spostato il tiro su altri aspetti organizzativi, difendendo la politica dei prezzi popolari (con tagli a partire da 60 dollari) e spiegando come una riduzione ulteriore del costo dei tagliandi avrebbe alimentato il mercato nero del secondary ticketing, a vantaggio esclusivo degli speculatori e non delle casse necessarie a finanziare lo sviluppo del calcio mondiale nei successivi quattro anni.

La linea, seppur tecnicamente ineccepibile sul piano della rendita economica, stride con l’immagine di un evento che si vorrebbe “del popolo”, ma che deve fare i conti con le ferree leggi del mercato e con la necessità di garantire la massima sicurezza in un contesto internazionale sempre più aggressivo.

Il sospetto terrorismo e l’ombra sulle procedure di visto

La motivazione ufficiosa del diniego – che pesa come un macigno sulla carriera di Artan – ruota attorno ai presunti contatti del fischietto con ambienti vicini ad Al-Shabab, un’accusa che l’interessato ha sempre respinto mostrando la propria documentazione durante il lungo interrogatorio a Miami.

Andrew Giuliani, a capo della task force della Casa Bianca, ha difeso la scelta sostenendo che l’amministrazione non può rischiare di far entrare nel paese “soggetti negativi”, nemmeno se sono ospiti di un evento planetario come la Coppa del Mondo; un ragionamento che, se da un lato tutela la sovranità nazionale, dall’altro mette in imbarazzo la Fifa, costretta a prendere atto di una decisione che ridimensiona il proprio potere di fronte alla realpolitik dei governi, una lezione che il presidente Infantino ha imparato a proprie spese già durante i Mondiali in Qatar.

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