Reggio Emilia, dopo il rogo Inalca licenzia oltre 160 lavoratori. I sindacati: «Schiaffo sociale»
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Redazione Interno
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A quasi un anno dall’incendio che ha completamente devastato lo stabilimento di lavorazione carni di Reggio Emilia, la proprietà ha compiuto una scelta che i rappresentanti dei lavoratori definiscono senza mezzi termini uno "schiaffo sociale". L’azienda Inalca, che appartiene al noto gruppo modenese Cremonini e che si definisce uno dei principali operatori europei nel settore delle carni bovine, ha infatti comunicato un piano di esuberi strutturali che coinvolge la quasi totalità del personale impiegato nel sito andato distrutto. Si tratta di oltre centosessanta operatori, i quali, dopo aver vissuto i mesi di incertezza seguiti al drammatico evento, si trovano ora di fronte alla prospettiva concreta del licenziamento. Una decisione che, come sottolineato dalle organizzazioni sindacali, arriva a poche settimane dalla scadenza della cassa integrazione straordinaria, prevista per il 10 febbraio, e sembra ribaltare le precedenti rassicurazioni sul mantenimento dei posti di lavoro.
Una vicenda che si trascina dal febbraio scorso
La storia, che affonda le sue radici in quel rogo del febbraio 2025, ha conosciuto nei mesi successivi diversi sviluppi, non ultimo l’allarme lanciato già nello scorso ottobre per la mancata bonifica dell’area. Ora, dopo l’incontro tra management e sindacati dell’8 gennaio, il quadro si è fatto bruscamente più chiaro e decisamente più cupo. I dipendenti, riuniti in un’assemblea drammatica convocata da Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil presso il circolo Arci Pigàl, hanno ricevuto la fredda conferma delle intenzioni aziendali. La posizione della proprietà, stando a quanto riferito, appare irrevocabile, focalizzata su quella che viene definita una necessità strutturale e non congiunturale, nonostante le proteste e le perplessità sollevate dalle parti sociali e dalle istituzioni locali.
La reazione delle istituzioni e il quadro giudiziario
Tra le voci che si sono levate per esprimere forte preoccupazione c’è quella del sindaco di Reggio Emilia, il quale ha parlato di un piano che "contraddice apertamente" quanto dichiarato in precedenza dai vertici aziendali. Questo aspetto, unito alla gravità delle conseguenze sociali ed economiche per un intero nucleo di lavoratori e per il territorio, rende la vicenda emblematica di dinamiche industriali che vanno al di là del singolo incidente. Per quanto riguarda le indagini sulle origini del rogo, che costituiscono un capitolo separato ma inevitabilmente collegato, le autorità competenti hanno avviato da tempo le proprie attività ispettive e giudiziarie, concentrandosi sulle cause e sulle eventuali responsabilità. Si tratta di un procedimento, com’è naturale, delicato e complesso, i cui esiti potranno chiarire ulteriormente il contesto in cui matura una decisione aziendale di tale portata.
Un futuro incerto per i dipendenti
Ciò che resta, al momento, è l’amarezza di una situazione che lascia poco spazio all’ottimismo. La promessa aziendale di lavorare per attenuare gli esuberi, come riportato in alcune dichiarazioni, suona come un flebile tentativo di mitigare un impatto che appare già definito nei suoi contorni essenziali. I lavoratori, molti dei quali con anni di servizio nello stabilimento, si trovano quindi a dover fronteggiare un futuro professionale totalmente da reinventare in un arco di tempo molto ristretto, mentre le procedure formali per i licenziamenti si avviano verso la loro conclusione. La vicenda, nel suo insieme, solleva interrogativi non secondari sul destino dei siti produttivi colpiti da eventi catastrofici e sui doveri delle grandi aziende verso il proprio personale e i territori in cui operano.




