Usa e Iran, i colloqui ripartono a Islamabad tra veti incroci e un mare di missili consumati
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Redazione Esteri
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La capitale pakistana si trasforma in un palcoscenico diplomatico ad alta tensione, ospitando quella che potrebbe essere l’ultima occasione per scongiurare un’escalation definitiva tra Washington e Teheran. L’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, insieme a Jared Kushner – figura da sempre vicina al presidente – è atteso a Islamabad per un round di trattative indirette che arrivano al termine di una settimana segnata da minacce reciproche e da un’impennata delle operazioni militari. A fare da contraltare, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: quest’ultimo, che ha preso il testimone delle trattative dopo le recenti frizioni interne che hanno portato all’allontanamento del presidente del parlamento Ghalibaf, ha già fatto sapere di non voler incontrare direttamente la controparte americana. Secondo le dichiarazioni ufficiali del portavoce Esmaeil Baqaei, la Repubblica Islamica si limiterà a consegnare ai mediatori pakistani la propria risposta alla proposta avanzata da Donald Trump.
Le condizioni imposte da Washington e il braccio di ferro nel Golfo
La posizione dell’amministrazione Trump, ormai insediata da oltre un anno alla Casa Bianca, appare tutt’altro che morbida. Il presidente, rompendo un silenzio ricco di sottintesi, ha dichiarato di aver ricevuto offerte dal governo iraniano finalizzate a soddisfare le richieste statunitensi, pur senza entrare nel merito dei contenuti specifici. Sul campo, però, la tensione non accenna a diminuire: il segretario alla Difesa Hegseth ha ribadito il concetto che Teheran può scegliere se accettare un "buon accordo" o subire ulteriori attacchi, mentre la macchina da guerra continua a macinare risorse. Il blocco navale nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz rimane pienamente operativo: le ultime rilevazioni del Comando Centrale parlano di almeno 29 navi fermate, tra cui cargo e petroliere sospettate di violare le sanzioni. Una mossa che, secondo fonti economiche citate dagli analisti, potrebbe costare a Teheran una perdita secca di capacità di esportazione energetica, con una previsione che parla di 120 miliardi di metri cubi di gas in meno fino al 2030.
L’America a corto di proiettili, il costo nascosto della guerra
Mentre i diplomatici si preparano a sedersi al tavolo – seppur separati – il Pentagono deve fare i conti con un’emergenza interna che rischia di minare la credibilità della superpotenza. Il recente conflitto, che ha visto l’impiego massiccio di armamenti avanzati sia contro l’Iran che contro i proxy nello Yemen, ha letteralmente prosciugato gli arsenali strategici. Oltre 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio e più di mille Tomahawk sono stati lanciati: una cifra che equivale a circa dieci acquisti annuali, senza dimenticare i 1.200 intercettori Patriot utilizzati per difendere le basi e gli alleati. Il conto finale di questa logorante operazione ha già superato i 28 miliardi di dollari, e gli analisti del Dipartimento della Difesa ammettono che serviranno anni per ricostruire le scorte. Una voragine che riduce la capacità di deterrenza di Washington proprio nel momento in cui il mondo osserva attento le mosse nel Pacifico. La scelta di coinvolgere l’industria civile nella produzione bellica, rievocando lo spirito della Seconda guerra mondiale, è il segnale più evidente di una macchina da guerra spinta al limite.
Elezioni in Cisgiordania e la resa dei conti per la strage di Crans
Spostando lo sguardo su altri scenari caldi, il quadro mediatico si arricchisce di particolari che riguardano sia la politica interna italiana sia le complicazioni diplomatiche con un Paese vicino. Sabato i palestinesi in Cisgiordania e in una zona centrale della Striscia di Gaza torneranno alle urne per le elezioni municipali: un evento raro, il primo dalla guerra, che coinvolge quasi 1,5 milioni di elettori registrati nell’area occupata e altre 70.000 persone a Deir el-Balah, segnato però da una diffusa disillusione e da un campo politico volutamente ristretto. Nel frattempo, sul fronte interno italiano, i riflettori sono accesi sulla "strage di Crans". La Svizzera ha presentato il conto per le spese mediche sostenute nell’ospedale di Sion per i tre ragazzi italiani rimasti feriti nell’incendio del locale "Le Constellation" durante la notte di Capodanno. La cifra richiesta ammonta a 102mila franchi svizzeri, poco più di 108mila euro, e segue la logica stringente di una legge che impone il rimborso dei ricoveri. Tuttavia, la Farnesina ha già fatto sapere che non verserà un centesimo, bollando la richiesta come inaccettabile alla luce delle responsabilità sulla sicurezza che gravano sulle autorità cantonali. In Italia, infine, la Festa della Liberazione ha preso il via con le cerimonie istituzionali di rito, mentre oltre sei milioni di italiani hanno approfittato del ponte per riversarsi tra mare e città d’arte.




