Chi guadagna dalla guerra in Iran: i petrolieri americani e la Russia di Putin

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre l’attenzione del pubblico, e non potrebbe essere altrimenti, si concentra sulle ripercussioni del conflitto in Iran sulle proprie tasche, con il caro bollette che torna a mordere, esiste un’altra faccia della medaglia fatta di profitti straordinari e vantaggi geopolitici inaspettati. L’impennata del prezzo del greggio, una diretta conseguenza della chiusura dello Stretto di Hormuz e del blocco di circa un quinto della produzione globale di gas naturale liquefatto, sta ridisegnando la mappa dei vincitori e dei vinti in quest’equazione economica. Se per i consumatori europei e per le piccole imprese, come quelle artigiane italiane, l’aumento dei costi energetici si traduce in un salasso, altrove si contano invece plusvalenze miliardarie.

I principali beneficiari di questa crisi, stando alle analisi della banca d’affari Jefferies e a quanto riportato dal Financial Times, sono innanzitutto i produttori di petrolio statunitensi. Con il greggio americano che viaggia intorno ai cento dollari al barile, le stime parlano di un extraprofitto che potrebbe superare i 63 miliardi di dollari nell’arco del 2026. Un guadagno straordinario, questo, che il presidente Donald Trump non ha esitato a rivendicare pubblicamente, sottolineando come gli Stati Uniti, in quanto maggior produttore mondiale, traggano un vantaggio diretto dall’aumento delle quotazioni. Il merito di questo tesoretto va in larga parte ai produttori di shale oil, le cui compagnie, avendo un’esposizione limitata in Medio Oriente, subiscono meno gli effetti negativi del blocco navale rispetto ai grandi gruppi internazionali.

C’è poi un altro attore, geograficamente distante ma economicamente vicinissimo alla crisi, che sta incassando un dividendo prezioso da queste turbolenze: la Russia. Lo scenario, per certi versi, ricorda quanto già visto in passato con altre crisi energetiche. Il conflitto in Iran e la conseguente interruzione delle forniture dal Golfo Persico hanno improvvisamente riaperto spazi di mercato per il greggio russo, che dopo l’inizio della guerra in Ucraina aveva visto chiudersi molti sbocchi commerciali a causa delle sanzioni occidentali. La nuova domanda, unita a un prezzo del barile che viaggia abbondantemente al di sopra della soglia di pareggio per il bilancio del Cremlino, stimata intorno ai 59 dollari, rappresenta per Mosca una boccata d’ossigeno inattesa, una vera e propria ancora di salvezza in un momento di prolungata tensione con l’Occidente.

Parallelamente a questi guadagni, però, si muovono i tentativi delle istituzioni internazionali di arginare la crisi e impedire che i prezzi schizzino a livelli incontrollabili. L’Agenzia Internazionale dell’Energia, come confermato in un aggiornamento di domenica, ha messo in campo la più vasta azione coordinata di rilascio dalle riserve strategiche dalla sua fondazione, avvenuta nel 1974. Si tratta di 411,9 milioni di barili complessivi, una manovra che vede gli Stati Uniti in prima linea con un contributo di oltre 171 milioni di barili dalle proprie scorte governative, seguiti dai membri asiatici e oceanici e da quelli europei. Un intervento massiccio, finalizzato a rassicurare i mercati e a fornire un cuscinetto in attesa che si possa tornare a una navigazione regolare nello Stretto di Hormuz, dal momento che la protezione fisica delle navi e le coperture assicurative rimangono nodi cruciali da sciogliere per la ripresa dei flussi normali.

La situazione, va detto, è complessa e non tutte le aziende petrolifere stanno nuotando nell’oro. Il quadro per i giganti internazionali come l’americana ExxonMobil, la britannica BP o le europee Shell e TotalEnergies è ben più articolato. Questi colossi, a differenza dei produttori di shale puramente americani, possiedono ingenti asset proprio nell’area del Golfo e quindi subiscono in prima persona le conseguenze della chiusura di Hormuz, con produzioni bloccate e impianti fermati. La società di ricerca Rystad Energy stima che proprio BP ed Exxon siano tra le maggiori esposte alla crisi mediorientale, evidenziando come, in questo conflitto, non ci sia un vincitore unico e come la bilancia dei profitti penda in modo diverso a seconda della struttura e della geografia degli investimenti di ciascuna compagnia.

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