La sfida climatica e il vuoto americano: l'Europa di fronte a un bivio storico
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Redazione Esteri
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L’anno nuovo si è aperto, non a caso, all'insegna di un multilateralismo gravemente ferito, mentre la decisione dell'amministrazione Trump di ritirare gli Stati Uniti da sessantasei organizzazioni internazionali – annunciata con un ordine esecutivo che non ammette repliche – disegna una cartografia geopolitica sempre più frammentata. Una scelta, questa, che traccia una linea netta e volontaria di isolazionismo, la quale, privando il mondo della prima potenza economica da quel tessuto di cooperazione e controllo fin qui faticosamente costruito, rischia di innescare dinamiche imprevedibili. Il passo più eclatante, quello che ha immediate e tangibili ripercussioni globali, riguarda senza dubbio la seconda uscita degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi, resa operativa a partire dal prossimo 27 gennaio: una mossa che, trasformando di fatto il Paese da potenziale mitigatore ad acceleratore del riscaldamento globale, getta un'ombra lunga sulla capacità collettiva di affrontare la crisi climatica.
Un atto politico dai contorni definitivi
La rinuncia definitiva a qualsiasi azione volta a contrastare il cambiamento climatico, sancita dalla firma di inizio 2025, non è un semplice ripensamento diplomatico ma un atto politico dai contorni ideologici. Il tycoon, con questo provvedimento, esonera la nazione da obblighi internazionali, ignorando platealmente quelle evidenze scientifiche che proprio organismi come l'Ipcc – dal quale gli Stati Uniti, principali responsabili storici delle emissioni, si stanno contemporaneamente sfilando – contribuiscono a costruire e a divulgare. Si tratta, in altre parole, della deliberata creazione di un vuoto di leadership e di sapere condiviso, un vuoto che rischia di rendere permanente una crisi economica globale legata agli eventi climatici estremi, i cui costi, già oggi elevati, diverrebbero insostenibili.
La democrazia sotto la pressione climatica
C’è poi un rischio meno immediato ma altrettanto profondo, quello che vede crisi climatica e crisi democratica rafforzarsi a vicenda in un circolo vizioso. Quando la politica rifiuta il confronto con i dati scientifici, preferendo ad essi una narrazione di pura convenienza nazionale, indebolisce non solo la governance internazionale ma anche i propri stessi anticorpi democratici, fondati sul dibattito e sulla verifica dei fatti. La retorica della “guerra al mondo” e della “sudditanza”, che emerge chiaramente dalle comunicazioni della Casa Bianca e che trasforma gli alleati di un tempo in potenziali nemici, è sintomo di un approccio che mina alle basi il concetto stesso di cooperazione. Alcuni, osservando questi sviluppi, parlano apertamente di una deriva autoritaria, un segnale che non può essere ignorato da chi crede nel dialogo fra nazioni.
Il modello europeo come risposta possibile
In questo scenario carico di incertezze, la forza dell’Europa – la sua unica possibilità di essere un attore rilevante – sta proprio nella capacità di proporre e perseguire un modello di sviluppo radicalmente diverso. Un modello che, fondandosi sulla democrazia e su una cooperazione reale, non solo continentale ma estesa a tutti coloro che ancora credono nel multilateralismo, faccia della lotta alla crisi climatica il perno di una nuova prosperità. Decidere il futuro che si vuole significa, oggi più che mai, opporre alla logica dello scontro e del rifiuto una visione capace di integrare la giustizia climatica con la stabilità economica e sociale, dimostrando nella pratica che un'altra strada non solo è auspicabile ma è concretamente percorribile. La posta in gioco, del resto, non potrebbe essere più alta.




