L’investimento mortale davanti al centro commerciale di San Bonifacio e la furia omicida che ne è seguita
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Redazione Interno
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Erano da poco passate le sei e mezza del mattino, venerdì scorso, quando Rachele – è un nome di fantasia, questo, scelto per proteggere la sua identità –, una sessantenne che da quattordici anni compie lo stesso rituale prima di andare in ufficio, stava aspettando l’apertura dell’edicola all’ingresso del centro commerciale di San Bonifacio, sul lato che dà sulla località Coalonga. Seduta nella sua auto, in uno stallo del parcheggio, stava aspettando, quando ha visto spuntare un uomo, alto e magro, una figura che, come avrebbe poi raccontato ai carabinieri, le capitava di notare in quelle ore mattutine, quando il viavai è ancora ridotto ai soli lavoratori mattinieri. All’improvviso, la quiete di quel venerdì si è infranta: un’auto, una Audi nera secondo le prime ricostruzioni, è schizzata letteralmente sull’aiuola che costeggia il parcheggio, centrando in pieno il pedone che le era appena passato davanti. Non un colpo solo, però, e qui sta la ferocia del gesto: l’automobilista ha manovrato più volte, passando sopra il Corpo dell’uomo steso a terra con una determinazione che, agli occhi della testimone e degli altri residenti che si sono affacciati dopo aver sentito il trambusto, non lasciava spazio a dubbi sulla volontà di uccidere -3.
Poco dopo, a poche centinaia di metri di distanza, quasi davanti alla caserma dei carabinieri, un altro episodio di violenza ha completato il quadro di quella che i militari dell’Arma hanno definito una mattinata di “ordinaria follia”. La stessa Audi nera, quella che aveva appena ridotto in fin di vita il 55enne tunisino, ha speronato volontariamente una Fiat Punto bianca. Alla guida della Punto c’era un altro uomo di origini tunisine, 63enne, che è sceso dal veicolo per poi essere aggredito brutalmente dal conducente dell’Audi. L’aggressore lo ha colpito con violenza alla gamba e allo sterno, tanto da rendere necessario il ricovero in ospedale, dove l’uomo è stato trattenuto con una prognosi di quindici giorni. Un nesso, quello tra i due episodi, apparso subito evidente agli inquirenti, che hanno arrestato il 54enne alla guida dell’Audi con le pesanti accuse di omicidio volontario e tentato omicidio -1-4.
La vittima, Mohamed – un uomo di 55 anni originario di Nabeul, città costiera della Tunisia da cui era partito circa vent’anni fa in cerca di una vita migliore –, lascia la moglie Lamia e quattro figli, due dei quali maggiorenni e due ancora adolescenti. A dipingere il ritratto di un uomo lontano da certi ambienti sono stati, nelle ore successive al delitto, il cognato e alcuni amici, che hanno tenuto a sottolineare come Mohamed non avesse nulla a che fare con giri di droga o regolamenti di conti. Era, raccontano, uno che si alzava alle sei del mattino per andare a lavorare, spesso lontano da casa, in quella che era la sua routine quotidiana da quando, circa tre anni fa, era riuscito a fare ricongiungere a sé la famiglia in Italia, acquistando persino un appartamento al quarto piano di un condominio in via Pascoli, a San Bonifacio, acceso con un mutuo. Un profilo di incensurato, quello della vittima, così come incensurato risulta essere anche il 63enne ferito poco dopo, mentre l’arrestato avrebbe un precedente per rissa risalente al 2010 -1.
Gli investigatori del comando provinciale di Verona, supportati dalla sezione investigazioni scientifiche, stanno ora lavorando per ricostruire con precisione il filo che legava i tre uomini. L’ipotesi inizialmente circolata, quella di un regolamento di conti legato allo spaccio, sembra aver perso consistenza già nelle prime ore dopo il fatto, soprattutto alla luce delle dichiarazioni di chi conosceva Mohamed e della fedina penale pulita dei due uomini coinvolti, fatta eccezione per il precedente dell’arrestato -2-7. Gli inquirenti, come ha spiegato il comandante provinciale dell’Arma, colonnello Claudio Papagno, si stanno concentrando sui rapporti personali tra i tre, scartando l’ipotesi di legami con la criminalità organizzata e orientandosi piuttosto verso questioni private, probabilmente debiti o dissidi economici, che avrebbero innescato una reazione spropositata e di inaudita violenza -1.
Le testimonianze e la dinamica dell’omicidio
La ricostruzione offerta da chi ha visto la scena è agghiacciante e non lascia spazio a interpretazioni sulla premeditazione dell’atto. Oltre alla testimonianza di Rachele, l’impiegata che ha visto tutto dal parcheggio, ci sono i racconti di una coppia che abita in un appartamento con affaccio sulla zona del delitto. Sono stati loro, insieme a un’altra residente, a sentire il rumore sordo dell’impatto e ad affacciarsi, vedendo l’auto nera che manovrava ripetutamente sul ormai inerme. I carabinieri hanno acquisito anche i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona, che confermano la dinamica: l’uomo che tenta disperatamente di scampare all’auto, salendo su un’aiuola, il vetro di una pensilina per i carrelli della spesa sfondato nell’impatto, e poi i passaggi dell’Audi sopra la vittima, in una sequenza che i militari non hanno esitato a definire “efferata e sconsiderata” -7.
Il secondo atto di questa mattanza si è consumato a poca distanza, quasi come se l’assassino, dopo il primo omicidio, avesse proseguito la sua personale caccia. L’urto volontario contro la Fiat Punto, parcheggiata o in transito nei pressi della caserma, e la successiva colluttazione, hanno permesso ai carabinieri di intervenire tempestivamente e bloccare l’uomo, che è stato fermato e portato in caserma. Il 63enne ferito, trasportato in ospedale, è stato ascoltato dagli inquirenti non appena le sue condizioni lo hanno permesso, e il suo racconto sarà cruciale per capire se anche lui fosse un obiettivo designato e, soprattutto, quale fosse il suo legame con la vittima e con l’omicida. Un legame che, secondo gli inquirenti, affonderebbe le radici in questioni di denaro tra i tre connazionali, tutti incensurati a eccezione dell’arrestato, come hanno tenuto a precisare gli investigatori per sgomberare il campo da facili e affrettate letture in chiave di criminalità -1-4.
Il dolore della famiglia e il ritratto di un uomo comune
Mentre gli inquirenti scandagliano il passato e le frequentazioni dei tre uomini per dare un nome e un motivo alla furia omicida, a San Bonifacio la comunità locale fatica a credere che sotto i colpi di quell’Audi nera ci fosse un uomo descritto da tutti come riservato e dedito al lavoro. I figli di Mohamed, che ora ne piangono la morte, lo ricordano come un padre premuroso, una persona che, a detta loro, raccomandava sempre di non fare del male a nessuno. Parole che contrastano nettamente con la violenza subita, una violenza che non ha conosciuto esitazione e che si è accanita su un uomo che, per chi lo conosceva, era semplicemente uno che si alzava alle sei del mattino per andare a lavorare lontano da casa, nel tentativo di mantenere la famiglia e onorare il mutuo acceso per l’appartamento in via Pascoli -3.
Il lavoro della Procura di Verona si concentrerà ora sull’interrogatorio di garanzia del 54enne fermato, previsto per lunedì. Di fronte al giudice, l’uomo dovrà decidere se avvalersi della facoltà di non rispondere o se fornire una versione dei fatti che spieghi cosa abbia scatenato una reazione tanto sproporzionata. Un interrogativo, questo, che aleggia sulla cittadina veronese e che trova eco nelle parole della tabaccaia Simonetta, la prima ad avvicinarsi al agonizzante di Mohamed: si è avvicinata, ha visto l’uomo cercare di muovere la bocca senza riuscire a parlare, e ha atteso i soccorsi, che sono arrivati in pochi minuti, ma per il 55enne non c’era già più nulla da fare. Una scena che resterà impressa nella memoria di chi l’ha vista, e che gli inquirenti cercheranno di incasellare in una cornice razionale, se mai una cornice razionale può esistere per un delitto consumato con tanta efferatezza.




