Pavia, la folla silenziosa per Gabriele Vaccaro mentre si allarga il cerchio degli indagati
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Redazione Interno
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Non un grido, né un singolo colpo di clacson: oltre diecimila persone, assembrandosi in un corteo compatto e muto, hanno rotto il silenzio della sera pavese soltanto con il crepitio delle fiamme delle loro fiaccole. Era la serata del 22 aprile, e la città lombarda, insieme al paese natale della vittima, Favara in provincia di Agrigento, ha voluto consegnare alla memoria di Gabriele Vaccaro un abbraccio collettivo che partiva dal luogo del delitto – il parcheggio dell’area Cattaneo, teatro dell’aggressione mortale – per snodarsi fino al sagrato del Duomo. A dare il volto istituzionale a questo cordoglio, i sindaci Michele Lissia e Antonio Palumbo – quest’ultimo giunto appositamente dalla Sicilia – si sono ritrovati fianco a fianco, testimoni di un dolore che non conosce confini geografici, mentre il vescovo Corrado Sanguineti guidava la preghiera finale, un momento di raccoglimento voluto e organizzato anche dalla Comunità di Sant’Egidio.
Mentre la luce tremolante delle candele illuminava i volti dei manifestanti, il quadro giudiziario della vicenda – che vede coinvolto un giovanissimo di 16 anni, attualmente rinchiuso all’istituto penale Cesare Beccaria di Milano – subiva un’accelerazione significativa. Non si tratta più di un’azione solitaria scaturita da quella che, secondo le prime e parziali ricostruzioni, sarebbe stata una banale discussione nata per una pizza d’asporto. Le indagini coordinate dalla Squadra mobile, avvalendosi anche della visione dei filmati di sorveglianza che hanno immortalato una lite protrattasi per circa dieci minuti, hanno portato a contestare l’ipotesi di reato di concorso in omicidio anche per altri quattro ragazzi, compagni del presunto assassino.
Le ombre sulla dinamica e il ruolo degli amici
La posizione di questi quattro giovani – descritti come un minorenne e tre maggiorenni, italiani di origini albanesi – si è dunque aggravata, aggiungendosi a quella, già pesante, di omissione di soccorso. La loro presenza sulla scena del conflitto, lungi dall’essere meramente passiva, viene ora vagliata dagli inquirenti come potenzialmente determinante nel concorrere a determinare l’esito fatale dello scontro. Non si è trattato di un’azione fulminea, ma di un crescendo di tensioni e provocazioni reciproche iniziate all’interno di un locale e concluse tragiche nel parcheggio, dove il 25enne, originario di Favara ma residente a Broni, è stato raggiunto da un fendente al collo. L’oggetto appuntito utilizzato – forse un cacciavite o un coltello – rimane ancora senza padrone, non essendo stato rinvenuto dagli investigatori nonostante le battute di perlustrazione nell’area.
Il quadro accusatorio nei confronti del 16enne si è fatto, se possibile, ancora più serrato. Oltre all’omicidio, lo straniero di origini egiziane deve ora rispondere anche del tentato omicidio ai danni di un amico della vittima, Cristian Giallombardo, presente al momento della colluttazione e rimasto ferito a un polmone dalla stessa lama. L’udienza di convalida del fermo, prevista per le prossime ore a Milano, rappresenta il prossimo snodo cruciale: in quell’occasione, il giovane dovrà fornire la propria versione dei fatti, tentando di colmare le lacune di una ricostruzione – quella che parla di una reazione a una presunta aggressione subita – che finora non ha del tutto convinto chi indaga.
Il cordoglio silenzioso e il giallo dell'arma
Il corteo, partito dalla basilica di San Pietro in Ciel d’Oro dopo una breve sosta davanti al parchimetro insanguinato dove è stato colpito Vaccaro, ha rappresentato l’altra faccia della medaglia rispetto alla violenza della notte tra sabato 18 e domenica 19 aprile. Un fiume silenzioso, composto da oltre tremila persone nel solo tratto finale davanti al Duomo, ha voluto così rispondere all’assurdità di una morte sopraggiunta mentre il ragazzo – un ex calciatore con un passato nell’ASD Casteltermini – stava semplicemente recuperando l’auto al termine di una serata. A Favara, contemporaneamente, altre settemila persone si stringevano attorno alla famiglia del giovane, in un gemellaggio ideale che ha unito idealmente il Nord e il Sud del Paese.
Mentre la città si fermava a pregare, l’inchiesta proseguiva serrata nei confronti anche degli altri componenti del gruppo dell’aggressore, la cui posizione è ora al vaglio del tribunale dei minori. La Procura, come si evince dagli atti, non sembra voler lasciare zone d’ombra sulla condotta di chi, presente sul posto, non ha fatto nulla per impedire il peggio o per prestare soccorso. La ricerca dell’arma, infine, resta un tassello fondamentale per ricostruire l’esatta dinamica: il 16enne ha indicato un punto generico dove l’avrebbe gettata, ma le ispezioni sul terreno, finora, hanno dato esito negativo.




