«Mio figlio lo piango io, non voi». Rigopiano, assolta la politica e la rabbia dei parenti esplode in aula

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’Appello di Perugia, presidente Paolo Micheli, ha impiegato quasi otto ore di camera di consiglio per cesellare l’ennesimo verdetto sulla valanga che il 18 gennaio 2017 spense ventinove vite umane sotto il peso di centoventimila tonnellate di neve e ghiaccio, e quando il dispositivo è stato letto – poco dopo le venti – a infrangere il silenzio artificioso dell’aula non è stata la soddisfazione di chi ha ottenuto giustizia, bensí il pianto a dirotto di un’avvocata.

Cristiana Valentini, legale dell’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, è scoppiata in lacrime all’istante in cui il collegio ha pronunciato l’assoluzione del suo assistito «perché il fatto non costituisce reato», e quella manifestazione di sollievo – involontaria, umanamente comprensibile per chi difende – si è infranta contro il dolore secco di una madre. La signora Feniello, che di Stefano ha perso il sorriso e il futuro quando l’albergo gli è crollato addosso, si è alzata in piedi e ha urlato senza mediazioni diplomatiche: «Si piange per la morte di un figlio, non per un’assoluzione. Mio figlio lo piango io, non voi».

La sua voce ha attraversato i banchi e ha restituito alla cronaca giudiziaria quel che i numeri del processo non possono mai raccontare: tre condanne, due assoluzioni, cinque prescrizioni. Condannati a due anni di reclusione, con rito abbreviato, sono gli ex dirigenti del servizio Protezione civile della Regione Abruzzo Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci; per i colleghi Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio ed Emidio Primavera è arrivata invece l’assoluzione piena, mentre il tempo ha già divorato le accuse per il tecnico comunale di Farindola Enrico Colangeli e per i due funzionari della Provincia di Pescara Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio.

L’esclusione dell’ex sindaco e il peso della Carta valanghe

L’assoluzione di Ilario Lacchetta rappresenta, agli occhi dei familiari, l’epilogo di un percorso che aveva visto il primo cittadino di Farindola condannato in primo grado a due anni e otto mesi e successivamente assolto in appello, salvo poi vedere la Cassazione annullare quella sentenza e disporre un nuovo giudizio. Stavolta i giudici perugini hanno stabilito che Lacchetta – il quale aveva rinunciato alla prescrizione proprio per ottenere un vaglio pieno del merito – non ha concorso alla produzione dell’evento; una decisione che la pubblica accusa, rappresentata dal procuratore generale Paolo Barlucchi, aveva sollecitato di riformare.

La platea dei parenti, stretta attorno al Comitato delle vittime e assistita dagli avvocati Massimiliano Gabrielli e Romolo Reboa, ha ascoltato la sentenza con la consapevolezza che per la prima volta, dopo nove anni, la magistratura individua una responsabilità penale nell’inerzia programmatoria della Regione Abruzzo: i tre funzionari oggi condannati, infatti, non avevano provveduto a redigere la cosiddetta Carta pericolo valanghe, uno strumento conoscitivo obbligatorio che, se fosse stato realizzato, avrebbe presumibilmente imposto la chiusura o lo sgombero dell’hotel Rigopiano nelle ore precedenti la slavina.

Dieci ore di consiglio e l’amaro della prescrizione

I tempi tecnici del diritto hanno sottratto al vaglio di merito le figure dei due funzionari provinciali D’Incecco e Di Blasio e del tecnico Colangeli, dichiarati estinti per prescrizione; un esito che l’avvocato Gabrielli ha definito coerente con il principio affermato dalla Cassazione, ma che non placa la percezione di una giustizia che corre sempre piú lenta della slavina. L’unica responsabilità che il collegio ha ritenuto di ancorare al nesso causale è dunque quella di tre burocrati regionali, condannati a una pena di entità contenuta, mentre l’intero impianto politico-amministrativo che non rispose alle telefonate disperate, alle mail inviate dall’amministratore dell’hotel, alle richieste dello spazzaneve che non arrivò mai, è rimasto fuori dalla camera di consiglio.

La senatrice Feniello, che ha perso il figlio trentenne e ha urlato la sua rabbia in faccia alla difesa, ha sintetizzato con una frase il sentimento di chi, dopo quasi un decennio, continua a leggere nomi di condannati senza mai incontrare quelli dei decisori politici. E mentre l’aula si svuotava, l’avvocato Reboa dichiarava ai cronisti che quella di Perugia «sarà una pietra miliare per l’Italia» perché fissa il principio secondo cui l’inerzia certificata del pubblico ufficiale può configurare disastro colposo; ma per le ventinove sedie vuote che il 18 gennaio di ogni anno si affacciano sulle pendici del Monte Siella, la pietra miliare pesa come una lapide che non porta il nome di nessuno.

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