Jane Fonda contro Barbra Streisand per il tributo a Robert Redford agli Oscar: “Lei un solo film con lui, io quattro”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non era ancora trascorsa nemmeno un’ora dalla fine della cerimonia, quella fra luci abbaglianti e lunghi abiti da sera che ogni anno trasforma il Dolby Theatre di Los Angeles nel centro nevralgico dell’industria cinematografica mondiale, che già nell’aria frizzante del dopo-Oscar cominciavano a rincorrersi voci e dissapori destinati a rubare la scena ai veri vincitori della notte. L’edizione numero novantotto degli Academy Awards, quella che ha consegnato la statuetta per il miglior film a Una battaglia dopo l’altra, dovrà fare i conti con una polemica sottile ma tagliente, una di quelle che vedono protagoniste due leggende viventi, due colonne portanti di un certo modo di intendere il cinema e la sua memoria. A scatenare il putiferio, o quantomeno un acceso battibecco destinato a fare il giro del mondo, è stata la scelta dell’Academy su chi dovesse salire sul palco per onorare la scomparsa di Robert Redford, l’attore, regista e fondatore del Sundance venuto a mancare lo scorso settembre all’età di ottantanove anni, e la cui assenza si è fatta sentire in modo particolare in una sala che per decenni lo aveva celebrato come uno dei suoi figli prediletti.
La produzione aveva affidato il compito, certamente non semplice, di ricordare la figura di Redford a Barbra Streisand, la quale, con la voce rotta dall’emozione e un microfono saldamente stretto fra le mani, ha scelto di intonare The Way We Were, il brano simbolo del film Come eravamo del 1973, pellicola che li vide interpretare una coppia indimenticabile e che valse alla canzone l’Oscar come miglior colonna sonora originale l’anno successivo. La Streisand ha voluto condividere con il pubblico alcuni aneddoti privati, raccontando di come Redford, che lei chiamava scherzosamente Bob, avesse inizialmente rifiutato la parte perché riteneva il personaggio maschile troppo privo di spina dorsale, salvo poi accettare dopo numerose riscritture della sceneggiatura. Ha parlato di lui definendolo un “cowboy intellettuale”, un uomo di grande coraggio dentro e fuori dallo schermo, capace di lottare per la libertà di stampa e per la tutela dell’ambiente, e lo ha ricordato con tenerezza citando l’ultima telefonata intercorsa fra loro, conclusasi con un affettuoso “Babs, ti voglio bene, e te ne vorrò sempre”. Un tributo sentito, profondo, che però, a quanto pare, non è andato giù a Jane Fonda.
Il diritto di precedenza secondo la Fonda: una questione di numeri e di storia condivisa
Perché è proprio lì che si innesta la stizza, per non dire la rabbia a fatica trattenuta, dell’ottantottenne attrice, la quale, intercettata dai microfoni di Entertainment Tonight nel corso della serata di gala organizzata da Vanity Fair, non ha usato mezzi termini per esprimere il proprio dissenso. La domanda del giornalista, probabilmente mirata a raccogliere un commento generico sul tributo appena visto, si è trasformata in un pretesto per una sfogo che sa di vecchia rivalità artistica, ma anche di un legame personalissimo e gelosamente custodito con il divo scomparso. «Vorrei capire perché è stata la Streisand a salire là sopra e a fare quella cosa per Redford», ha esordito la Fonda con un sorriso che non riusciva a mascherare del tutto il disappunto, quasi stesse chiedendo conto di una svista organizzativa incomprensibile. E ha subito dopo aggiunto, quasi a voler mettere nero su bianco un curriculum che, a suo dire, le avrebbe dovuto garantire un diritto di precedenza: «Lei ha girato un solo film con lui, io ne ho girati quattro. Io ho più cose da raccontare».
Un’affermazione secca, che poggia su solide fondamenta numeriche e, soprattutto, affettive. Perché il legame professionale fra Jane Fonda e Robert Redford affonda le radici in cinque decenni di cinema, un’intesa artistica che ha attraversato generazioni e mode, lasciando un’impronta indelebile nella storia della settima arte. Il primo film che li vide insieme risale al 1966, La caccia di Arthur Penn, un dramma teso e corale, a cui fece seguito l’anno successivo la commedia brillante A piedi nudi nel parco, tratta dall’omonima opera di Neil Simon, dove i due interpretavano una giovane coppia di sposi alle prese con le prime difficoltà della vita matrimoniale. Poi fu la volta, nel 1979, de Il cavaliere elettrico di Sydney Pollack, una pellicola che mescolava critica al consumismo e storia d’amore, e infine, dopo un lungo intervallo di quasi quarant’anni, il commovente ritorno sul set nel 2017 con Le nostre anime di notte, un film malinconico e delicato, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, che li vedeva interpretare due anziani vicini di casa in cerca di conforto e complicità. Quattro film, appunto, che per la Fonda rappresentano altrettanti capitoli di una storia personale e professionale irripetibile, un legame che lei stessa non ha mai nascosto essere stato segnato da un’ammirazione profonda, quasi un innamoramento platonico e duraturo.
Il peso della memoria e la gerarchia dei sentimenti a Hollywood
Se si considera la mole di lavoro comune, il numero di ciak condivisi, le interviste promozionali fatte fianco a fianco, la dichiarazione della Fonda assume i contorni di una critica all’establishment di Hollywood, a quelle regole non scritte che talvolta portano a scegliere un volto piuttosto che un altro per un omaggio tanto solenne. La sua domanda retorica, “perché Streisand”, contiene in sé un implicito giudizio su ciò che dovrebbe contare di più al momento di onorare un defunto: la quantità di esperienze vissute insieme, la continuità del rapporto, o piuttosto l’impatto emotivo e simbolico di un singolo, iconico film come Come eravamo? Sta di fatto che la Streisand, pur avendo condiviso con Redford una sola pellicola, ha sempre rivendicato con lui un’amicizia sincera e duratura nel tempo, come testimoniato dai suoi post sui social e dal tono confidenziale del suo discorso agli Oscar, nel quale ha ricordato le loro telefonate fatte di politica e arte, le risate per il soprannome “Babs” che a lei non piaceva ma che detto da lui diventava motivo di ilarità. Due visioni diverse, dunque, dell’intimità e del diritto a rappresentare pubblicamente un dolore e una celebrazione.
La Fonda, dal canto suo, non si è limitata a contestare la scelta, ma ha voluto anche ribadire la natura del suo sentimento per Redford, quasi a suggellare un primato che va oltre la mera filmografia. «Ero sempre un po’ innamorata di lui», ha confessato, descrivendolo come l’essere umano più bello e dai grandi valori che avesse mai incontrato, un uomo che ha davvero cambiato il modo di fare cinema, dando slancio e dignità alle produzioni indipendenti. Parole che suonano come un testamento affettivo, una dichiarazione d’amore professionale che forse, nel suo immaginario, meritava di essere espressa pubblicamente su quel palco, di fronte a milioni di spettatori. La sensazione, ascoltando le sue parole raccolte a caldo dopo la cerimonia, è che per lei non si sia trattato soltanto di una questione di opportunità o di visibilità, ma di una profonda ferita personale, la percezione che qualcun altro abbia raccontato una storia che sentiva intimamente sua, quella di una vita parallela, di sguardi incrociati sul set, di un’alchimia che il cinema aveva saputo catturare e restituire al pubblico per oltre cinquant’anni.
Un retroscena che accende i riflettori su dinamiche mai sopite
Quel che è certo è che il sipario calato sulla notte degli Oscar ha lasciato spazio a un retroscena che sa di feud hollywoodiano, di quelle rivalità al femminile che tanto appassionano il pubblico e che spesso, al di là delle apparenze, celano gelosie e primogeniture artistiche mai del tutto sopite. Jane Fonda, con la sua schiettezza e quel suo incedere da Antigone dei tempi moderni, come qualcuno l’ha definita, ha sfidato le regole del politicamente corretto, reclamando un ruolo che sentiva suo per diritto di cronologia e di affetto. Il fatto che abbia poi concluso la sua breve invettiva con una risata e allontanandosi dal giornalista, quasi a voler troncare un discorso che rischiava di diventare troppo spinoso, aggiunge un alone di mistero e lascia intendere che il disappunto potrebbe essere ben più profondo di quanto lasciato trasparire. L’Academy, da parte sua, ha probabilmente optato per la scelta più suggestiva dal punto di vista emotivo, puntando sulla potenza evocativa di una canzone e di un film che hanno fatto epoca, e sulla presenza di una voce, quella della Streisand, capace di trasformare un semplice ricordo in un momento di alta commozione collettiva. Ma nel farlo, ha innescato una scintilla che ha riacceso i riflettori su una delle pagine più belle e forse meno celebrate del cinema americano, quella scritta da Robert Redford e Jane Fonda, quattro film e un’amicizia lunga una vita, che probabilmente meritava, agli occhi della sua protagonista, un ultimo, personale, saluto dalla ribalta più importante del mondo.




