Ubaldo Pantani, il ritorno alla Gialappa’s e il lungo sodalizio umano e professionale con Virginia Raffaele
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Era il 2004 quando un giovane attore toscano, cresciuto artisticamente nei ranghi della compagnia teatrale di Giorgio Albertazzi e già transitato per i set eccentrici di Gianni Boncompagni in “Macao”, fece il suo ingresso nel fortino della Gialappa’s Band. Da lì, dal collettivo comico che ne avrebbe segnato il destino, Ubaldo Pantani ha cominciato a cesellare quella galleria di personaggi che oggi, a distanza di oltre due decenni, lo consacrano come uno degli interpreti satirici più formidabili del panorama italiano. Dopo anni di presenza fissa a “Quelli che il calcio”, Pantani è tornato a casa, ovvero accanto a Marco Santin e Giorgio Gherarducci, dapprima con “GialappaShow” su TV8 e poi, più recentemente, seduto al tavolo di Fabio Fazio sul Nove, dove la sua maschera di Lapo Elkann continua a mietere consensi. Ed è proprio nei panni dell’erede della dinastia Agnelli, del resto, che il comico ha trovato la sua cifra stilistica più riconoscibile: un personaggio che con l’originale ha ormai un legame sempre più flebile, trasformato com’è in una sorta di archetipo contemporaneo, una figura astratta e surreale che vive di tic verbali e di una comicità stralunata -1-5.
Con la Gialappa’s, inoltre, Pantani ha avuto modo di ampliare ulteriormente il suo repertorio, proponendo rivisitazioni esilaranti di volti noti della televisione. Oltre al già citato Lapo, la sua verve si è applicata a personaggi del calibro di Flavio Insinna, che nell’imitazione viene catapultato in un grottesco format funebre dal Titolo “4 Funerali”, o a quello di Filippo Bisciglia, rivisto in una chiave inedita e paradossale del reality “Temptation Island” -3. Parodie, le sue, che non si limitano alla mera riproduzione vocale o gestuale, ma che scavano nel cliché, amplificandone le storture con una precisione che rivela un profondo lavoro di studio. Il suo recente approdo alla co-conduzione del Festival di Sanremo, voluto da Carlo Conti per la terza serata, non rappresenta altro che la naturale consacrazione di questo percorso, un premio, come lui stesso l’ha definito, alla maschera che ha contribuito a creare e che ormai vive di vita propria, conservando solo labili tracce con la figura reale che l’ha ispirata -1-9.
Le incursioni sanremesi e il trionfo del Lapo tricolore
L’occasione del palco dell’Ariston, del resto, ha regalato al grande pubblico uno dei momenti più esilaranti di questa edizione del festival. Pantani, sceso le scale del teatro indossando un vistoso completo verde, bianco e rosso, ha subito dato vita al suo personaggio più celebre, seminando una tempesta di equivoci e strafalcioni grammaticali. “Complimenti per i tuoi 96 anni”, ha esordito rivolgendosi a Carlo Conti, scambiandolo platealmente per Fabio Fazio e lamentando l’assenza del tavolo e dell’acquario che contraddistinguono la trasmissione del collega. Tra le argomentazioni più surreali del Lapo-Pantani, la convinzione che “Rai 9 faccia parte del grande bouquet Sky”, un’eccellenza italiana al pari di Leonardo da Vinci e di altri “grandi aeroporti”, una battuta che ha sintetizzato alla perfezione la cifra di un personaggio ormai sospeso tra l’ingenuità e la provocazione stralunata. Il conduttore, dal canto suo, ha assecondato il gioco, lasciando che la maschera di Pantani occupasse la scena con la sua logica parallela e i suoi congiuntivi traballanti.
Un amore lungo cinque anni nel segno della comicità
Prima di diventare un volto fisso del salotto di Fazio e di approdare sul palco più importante della canzone italiana, la vita di Ubaldo Pantani si è intrecciata a lungo con quella di un’altra straordinaria artista, Virginia Raffaele. I due, entrambi provenienti dal mondo dell’imitazione e del cabaret, hanno condiviso un sodalizio umano e professionale durato circa cinque anni, un legame profondo che li ha visti complici anche sul lavoro. La loro relazione, tenuta lontana dai riflettori quanto più possibile, trovò uno dei suoi rari momenti di esposizione pubblica in occasione della conduzione degli MTV Awards a Firenze nel 2013, quando la loro affiatata sintonia fu sotto gli occhi di tutti. Un’unione, quella tra Pantani e Raffaele, che sembrava poggiare su solide basi di stima reciproca e su una sensibilità artistica affine, entrambi dediti a un tipo di comicità che richiede studio, trasformazione e una profonda comprensione del linguaggio del.
La rottura, quando arrivò, avvenne nel più assoluto riserbo, senza dichiarazioni pubbliche né retroscena di sorta, nel segno di quella discrezione che ha sempre caratterizzato le loro esistenze private. Col tempo, fu proprio Virginia Raffaele, in alcune interviste, a lasciar trapelare la difficoltà di quella separazione, non tanto legata alla fine del sentimento amoroso quanto alla dolorosa cesura con il contesto familiare che aveva costruito. La comica rivelò di sentire profondamente la mancanza della figlia che Pantani aveva avuto da una precedente relazione, una bambina con cui aveva instaurato un legame autentico e che era diventata parte della sua vita quotidiana -4-8. Una testimonianza, la sua, che ha restituito il peso umano di un distacco andato ben oltre la semplice conclusione di una storia di coppia.
La paternità riservata e la nuova maturità artistica
Sulla figlia, così come sulla donna che l’ha messa al mondo, Pantani ha sempre mantenuto un silenzio granitico, coerente con una filosofia di vita che separa nettamente l’esposizione pubblica, pur necessaria alla professione, dalla sfera degli affetti privati. Una scelta di campo, la sua, che in un’epoca di iper-condivisione mediatica appare quasi controcorrente, ma che gli ha permesso di proteggere la bambina dall’assedio dei fotografi e dalle curiosità del gossip. Oggi, mentre il successo professionale lo porta a ricoprire ruoli sempre più centrali nel varietà televisivo, Pantani sembra aver raggiunto un equilibrio maturo: quello di chi ha imparato a dosare la propria presenza, regalando il meglio di sé sul palco con le sue metamorfosi esilaranti e ritagliandosi, fuori, uno spazio di normalità lontano dai riflettori. Un percorso che lo vede, a distanza di vent’anni dagli esordi, raccogliere i frutti di un talento paziente e cesellato con intelligenza.




