L'Oscar e il primo dentino della figlia: perché il discorso di Jessie Buckley ha commosso tutti
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, nella maratona degli Oscar, in cui il meccanismo perfetto della macchina hollywoodiana sembra incepparsi, e lascia spazio a qualcosa di autentico, di non provato. È successo quando Jessie Buckley, salita sul palco del Dolby Theatre per ritirare la statuetta come miglior attrice protagonista per Hamnet, ha preso il microfono e, invece di recitare la solita lista di ringraziamenti, ha aperto una finestra sulla sua vita. Un gesto, il suo, che ha trasformato una vittoria annunciata – considerando il dominio assoluto nella stagione dei premi tra Golden Globe, Bafta e Actors Award – in un racconto corale sulla maternità, sul caos delle emozioni e sulla meraviglia della scoperta quotidiana.
L’attrice irlandese, trentaseienne, ha colto tutti di sorpresa, complice anche una coincidenza che ha reso la sua performance oratoria ancora più toccante: la notte degli Oscar, a Los Angeles, coincideva con la festa della mamma nel Regno Unito. E allora quel discorso, invece di rimanere ancorato al significato storico del premio – è la prima attrice irlandese a vincere in questa categoria – ha preso il volo, librandosi su temi universali. La Buckley ha dedicato la sua statuetta, con una frase destinata a rimanere negli annali, “al bellissimo caos che è il cuore di una madre”, un’espressione potente capace di sintetizzare il turbine di sentimenti che attraversa chi mette al mondo e cresce un figlio.
Ma il momento di maggiore intensità, quello che ha letteralmente stretto lo stomaco dei presenti e degli spettatori da casa, è arrivato quando, dal palco, ha rivolto il pensiero alla sua bambina, Isla, di appena otto mesi. Con una tenerezza che non si imparai ai corsi di recitazione, ha descritto la figlia lì in sala, probabilmente ignara di tutto, “persa nei suoi sogni di latte”. Un’immagine quotidiana, potentissima nella sua semplicità, che ha reso palpabile il legame tra l’attrice e la neonata, tra la gloria professionale e la gioia privata, tra la donna che interpreta il dolore lancinante di una madre del Cinquecento e la madre reale che quel dolore, per fortuna, lo conosce solo per averlo studiato sui libri e sul set.
Non è mancato, nel suo intervento a braccio, un passaggio di inaspettata e travolgente ironia, che ha scatenato l’ilarità del pubblico. Rivolgendosi al marito, il riservatissimo Freddie Sorensen, un uomo che lavora nel campo della salute mentale e che, per scelta, si tiene lontano dai riflettori e dai red carpet, Jessie Buckley ha lanciato una dichiarazione d’amore che aveva il sapore di una promessa e di una sfida. “Ti amo, amico mio – ha esclamato guardandolo in platea – sei il padre più incredibile e vorrei fare altri ventimila figli con te”. Una battuta, la sua, che ha rotto ogni schema, stemperando la solennità del momento con una leggerezza che sapeva di verità, di complicità, di quella confidenza che si respira solo tra le mura domestiche e che, per una volta, ha invaso il palco più famoso del mondo.
L’exploit della Buckley, peraltro, arriva al termine di un percorso che l’ha vista trasformarsi profondamente. Girare Hamnet, la storia di Agnes Shakespeare e della morte del figlio Hamnet (che ispirò al marito la stesura dell’Amleto), l’ha segnata nel profondo. In diverse interviste, l’attrice aveva raccontato come interpretare quel lutto l’avesse avvicinata al desiderio di maternità, quasi che la finzione scenica avesse preparato il terreno alla realtà, facendole vivere in anticipo emozioni che poi avrebbe provato sulla sua pelle. E così, quando sul palco ha ringraziato la scrittrice Maggie O’Farrell, autrice del romanzo da cui è tratto il film, e la regista Chloé Zhao, ha definito quel viaggio nell’animo di una madre “la collisione più grande della mia vita”.




