Coltelli in classe, un'emergenza che conta 90mila ragazzi
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Redazione Interno
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Non si sa quanti adolescenti, in silenzio, custodiscano una lama nella tasca di un giubbotto o nello zaino, ma il numero di coloro che la impugnano è diventato una cifra ufficiale, una statistica inquietante che fotografa un cambiamento profondo. Sono circa novantamila, quasi il doppio rispetto a sette anni fa, gli studenti tra i quindici e i diciannove anni che lo scorso anno hanno ammesso di aver utilizzato un coltello, o talvolta un'altra arma, "per ottenere qualcosa da qualcuno". Una percentuale che, calcolata sui due milioni e mezzo di ragazzi in quella fascia d'età, sfiora il tre virgola cinque per cento e racconta di minacce, di ferite e, in casi estremi che la cronaca ha recentemente e tragicamente portato alla luce, di omicidi.
Il fatto di cronaca che ha scosso le coscienze
L'episodio più grave, quello che ha riacceso con forza brutale il dibattito, si è consumato all'istituto "Einaudi-Chiodo" di La Spezia, dove una lite per una ragazza contesa è degenerata in un'aggressione mortale. Un diciannovenne, Zouhair Atif, ha colpito a morte con diverse coltellate il compagno diciottenne Youssef Abanoub, in un contesto, quello scolastico, che dovrebbe essere per definizione protetto. Pochi giorni dopo, in un istituto del Lazio, una ragazzina di dodici anni ha ferito un coetaneo, reo di aver rivelato ai docenti un compito copiato: due storie diverse per dinamica ed età, ma accomunate dall'oggetto, la lama, e dal luogo, l'aula.
La protesta e la richiesta di giustizia
Proprio a La Spezia, la reazione degli studenti non si è fatta attendere, trasformando il dolore in una mobilitazione carica di rabbia. In migliaia, radunati davanti alla scuola, hanno evitato che la campanella delle otto suonasse il consueto inizio delle lezioni, sostituendolo con un coro di accuse rivolte all'istituzione stessa. «La scuola è complice», hanno urlato, scrivendolo su cartelli e striscioni, convinti che segnali premonitori non siano stati colti, che un clima permettesse il germogliare di una violenza poi esplosa in quel corridoio. La loro richiesta, scandita a gran voce, è stata una sola e netta: giustizia per il compagno ucciso.
Il dibattito sulle misure di sicurezza
Di fronte a questi avvenimenti, la discussione pubblica si è inevitabilmente concentrata sulle possibili contromisure, spingendo alcuni a valutare l'ipotesi di controlli più stringenti all'ingresso degli edifici. L'introduzione dei metal detector, proposta in varie occasioni, ha trovato un parere a sorpresa tra una parte degli stessi ragazzi, i quali, nonostante la generale diffidenza verso misure intrusive, si sono dichiarati in alcuni casi favorevoli, percependo forse in quel filtro tecnologico una barriera necessaria per la propria incolumità. Una disponibilità che riflette, in controluce, il senso di insicurezza che può albergare tra i banchi, laddove la percezione del pericolo non è più un'astrazione ma un dato di esperienza, diretto o mediato dalla vicinanza a fatti di sangue.




